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Il castrum Avezzani

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Il castrum Avezzani
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3 - L'età Medievale -  Il castrum Avezzani

Morta Filippa la contea albense passò alla Regia Camera ed alla Casa Reale diventando sede della Corte baronale albense; successivamente, nel 1343, per testamento di Roberto d'Angiò, fu affidata a Maria di Durazzo. Probabilmente sotto questa contessa Avezzano divenne un vero e proprio abitato accentrato e circondato da una regolare ed ampliata recinzione muraria dotata di torrette rompitratta e tre porte (“Porta S. Francesco, “Porta S. Bartolomeo” e “Porta S. Felice” detta poi, nel secolo XVI, “S. Rocco”). Di questa evoluzione urbanistica del castrum Avezzani abbiamo una chiara testimonianza per l'anno 1333, negli Annali del Monaldeschi, manoscritto trecentesco conservato nel ‘700 nella “Biblioteca Moralda” in Roma. Sappiamo, infatti, che: « Ianni Caffariello fe costione, & uccise Ianni delli Iudice e se ne fuio allo Regno, e no piezzo stava ad'Albe dalli Capocci, e no piezzo stava a Lugo dalli Vangelisti, & una buona parte fecero certe case a no loco, e si chiamavo Avezano, che chisto ce lo pigliro li più ricchi e nobeli …» (Corsignani 1738, Ia, 379-380). È evidente l'opera del Caffarielo con i suoi amici Capocci di Albe e gli Evangelisti di Luco nella costruzione di case nobili nel nuovo castrum avezzanese: infatti, le acquistarono ricchi e nobili avezzanesi.


Le trasformazioni architettoniche dovettero, probabilmente, interessare la torre-cintata duecentesca, dotata (forse) di apparato a sporgere, era stata trasformata, assumendo l'aspetto di un castello medievale con recinto quadrato dotato di torrette “a scudo” angolari, torre-mastio laterale collegata con la recinzione; il tutto rafforzato da una solida scarpatura esterna. Lo stesso portale ad arco ogivale, riportato alla luce nei restauri degli anni ‘60 e '70 del Novecento, dovette essere stato realizzato nel corso del ‘300. È certo che da questo momento l'antica villa era ormai avviata a diventare il centro egemone della contea albense e della Marsica occidentale, grazie alla crisi di Albe e all'abbandono della vecchia sede incastellata di Pietraquaria.


La posizione geografica di Avezzano, a capo di un complesso sistema viario legato all'antica Via Valeria ed alla via perimetrale lacustre, dovette accrescere la sua potenzialità commerciale, vista la concessione ad Avezzano, nel 1337 da parte di Roberto d'Angiò, di ben due fiere che si svolgevano nel giorno di sabato sullo spazio antistante la pieve di S. Andrea alle Vicenne, nelle vicinanze del lago: quella di S. Giorgio in aprile e quella di S. Giovanni Battista in giugno. In precedenza, nel 1332, Carlo II d'Angiò aveva riconfermato alla pieve di S. Bartolomeo, del titolo di “Cappella Regia” (Antinori, Annali, XI, 318, 400). La consistenza socio-economica ed ecclesiastica dell'abitato è tale da portare il Vescovo dei Marsi Tommaso Pucci a dimorare in Avezzano nel 1363 con la sua diretta conferma dei privilegi alla Collegiata di S. Bartolomeo (Antinori, Annali, XII, 267). Lo stesso motivo deve aver favorito l'arrivo dei Francescani nel crescente castrum con l'edificazione, durante la metà del ‘300, della chiesa di S. Francesco nelle vicinanze del Castello, lungo la vecchia “Via Consolare” Alba Fucense-Angizia (Antinori, Annali, XII, 99).


La nuova consistenza politica e sociale del novello borgo fortificato è evidente nella struttura pievana con le numerose cappelle sparse nel territorio, evidenziata nello studio delle decime vaticane e diocesane del ‘300.


Nei documenti vaticani e della Diocesi dei Marsi relativi al pagamento delle Decime sono ormai numerose le sue chiese e le relative rendite. Nelle decime vaticane del 1308, relative alla « Diocesi Marsicana », si fa riferimento alle chiese di Avezzano e di Paterno: « 360. Prepositus S. Salvatoris de Paterno solvit tar. XII.; …, 369. Ecclesia S. Laurencii de Vico solvit gr. XV./ 370. Clerici castri de Aczano [leggi: Avezzano] solverunt tar. VIII./ 371. Ecclesia S. Andree solvit tar. VIII./ 372. Ecclesia S. Iohannis et S. Symeonis solvit III½./ 373. Ecclesia S. Nicolai solvit tar. III et gr. II./ 374. Ecclesia S. Trinitatis et S. Angeli solvit tar. II½./ 375. Ecclesia S. Leopardi [leggi: S. Leonardi] de Avezano solvit tar. VII½. » (Sella 1936, 21-22).La chiesa di S. Salvatore di Paterno risulta essere retta ancora da un Preposto cassinese, e dai sui pagamenti, ben XII tar(eni). (monete) in argento, è evidente la sua ricchezza terriera. La chiesa di S. Lorenzo in Vico, vecchio possesso della Prepositura cassinese di S. Maria di Luco, è ora inserita nel feudo di Avezzano e pagò XV grana (monete minori). I sacerdoti del castrum di Avezzano con la loro chiesa castrale, e pieve, di S. Bartolomeo, pagarono VIII tarini; la stessa tassazione è relativa alla pieve di S. Andrea alle Vicenne. Seguono poi le chiese minori di S. Giovanni e S. Simeone, S. Nicola, la SS. Trinità e S. Angelo, ed infine quella di S. Leonardo che dimostra una maggiore ricchezza con il pagamento di ben VII½ tarini.Dalla successiva Decima dell'anno 1324 Avezzano diventa una delle sedi di pagamento delle decime con le sue numerose chiese: « De Avez(z)ano: 960. Ecclesia S. Andree./ 961. Ecclesia S. Pauli./ 962. Ecclesia S. Leonardi./ 963. Ecclesia S. Bartholomei./ 964. Ecclesia S. Nicolai./ 965. Ecclesia S. Marie./ 966. Ecclesia S. Trinitatis./ 967. Ecclesia S. Symeonis./ 968. Ecclesia S. Stefani./ 969. Ecclesia S. Sebastiani. » (Sella 1936, 53-54).


A queste chiese inserite nel feudo di Avezzano sono da aggiungere le chiese benedettine e secolari dello stesso territorio e frazioni vicine, come: S. Laurenti de Paterno e S. Salvatoris de Paterno, che, per le riscossioni, sono attribuite alla chiesa benedettina di S. Donato di Tagliacozzo (Idem, 48); la chiesa di S. Maria de Vico, cappella dipendente della chiesa di S. Vincenzo di Penna di Luco dei Marsi (Idem, 35); le chiese di S. Marie de Cissis [ leggi: Cesis] e S. Marie del Monte de Avezzano (Pietraquaria) (Idem, 48). Di queste chiese conosciamo i nomi dei sacerdoti e preposti, come: il preposto benedettino di S. Salvatore di Paterno Nicolaus che, il 3 aprile nella chiesa di S. Bartolomeo di Avezzano, pagò per se e la sua chiesa la somma di 12 tarini in argento; nello stesso luogo e data, l'abate cassinese Franciscus della chiesa di S. Lorenzo di Paterno, pagò per se e per il clero dipendente, la somma di quattro tarini in argento (Idem, 34, nn. 631, 363); lo stesso fece il rettore Berardus Bartholomeus di S. Nicola di Avezzano, che pagò per la chiesa la somma di tre tarini in argento (Idem, 34, n. 638); lo stesso fece l'abate Petrus della pieve di S. Vincenzo di Penna che pagò per se, la sua chiesa e « dependentiis et cappella sua S. Maria de Vico et clericis predictarum ecclesiarum », la somma di nove tarini in argento (Idem, 35, n. 643). Non conosciamo il nome dell'abate di S. Andrea di Avezzano che, nello stesso luogo, pagò per « ipsa ecclesia et clericis dicte ecclesie », la somma di otto tarini in argento (Idem, 37 n. 654). Nel giorno 16 dello stesso mese di Aprile, nel luogo già citato, l'abate di « S. Bartholomei de Avezzano », pagò per se, per la chiesa « et clericis suis » la somma di un'oncia d'argento (Idem, 44, n. 714). In luogo diverso, a Rocca di Mezzo e nello stesso giorno, i rettori « dompnus Nicolaus et dompnus Berardus » della chiesa di S. Leonardo di Avezzano, pagarono per se e per la loro chiesa, la somma di sei tarini in argento (Sella 1936, 44, n. 715).


In totale, quindi, le chiese attestate in territorio avezzanese sono 15 a cui bisogna aggiungere altre cappelle dipendenti, non comprese nell'elenco, ma, forse, comprese nelle tassazioni delle pievi: le altre chiese di Paterno, S. Giorgio, S. Sosio e S. Onofrio; la chiesa di S. Pancrazio di Castelnuovo. Dal calcolo delle somme pagate appare evidente la supremazia della chiesa cassinese di S. Salvatore di Paterno e delle due pievi avezzanesi di S. Andrea alle Vicenne e S. Bartolomeo sita nell'interno del castrum.


Ma un altro documento della seconda metà del trecento, conservato nell'Archivio Diocesano dei Marsi di Avezzano, relativo ad un registro delle decime in natura da versare al Vescovo dei Marsi, ci permette di conoscere l'ambiente economico a cui faceva riferimento il numeroso clero locale. Oltre a confermare le rendite in denaro, o once in argento, già presenti nei documenti vaticani, vi sono anche numerosi riferimenti alle rendite in natura. In occasione dei pagamenti per la Vicaria de Medio della Diocesi, troviamo:


« Primus iure procurationum dictae Vicariae », « Ab ecclesia Sancti Salvatores de Paterno - auri florenos .III. / Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna - in argento unciam .I. / Ab ecclesia Sancti Bartholomei de Avezzano – in argento unciam unam. / Ab ecclesia Sancti Andrei de Avezzano – in argento unciam unam./ …, Ab ecclesia Sancti Vincentii de Penna – unciam unam in argento (ADM, A2, ff. 7r.-7v.).


« Consuentum caritativum subsidius praedictae Vicariae »: « Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna – auri tarenos quinque. /…, Ab ecclesis de Penna – auri florenum unum./ Ab ecclesis de Avezzano – auri florenos tres. » (Idem, ff. 7v.-8r.).


« Hec sunt debita sine census ecclesiarum ipsius Vicarie: in festo Sanctae Sabinae », « Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna – pro porco auri florenum unum et pro vigenti piczis solidos decem. / Ab ecclesia Sancti Salvatoris de Paterno – solidos sex./, Ab ecclesia Sancti Vincenti de Penna – auri florenum unum pro porco et pro vigenti piczis solidos decem./Ab ecclesia Sancti Andrei de Ave(z)zano – pro porco uno auri florenum unum. » (Idem, ff. 8r.-8v).


« In festo Nativitatis Domini », « Ab ecclesia Sancti Laurentij in Cuna – prosuctorum par unum et pro quatuor tortulis solidos duos. / Ab ecclesia Sancti Andrei in Avez(z)ano – presuctorum par unum et pro quatuor tortulis solidos duos./…, Ab ecclesia Sancti Vincentii de Penna – presuctorum par unum et pro duodecim piczis solidos sex. » (Idem, ff. 8v-9r.).


« In festo Pasce Maiori », « Ab ecclesia Sancti Laurentii de Cuna – pro agno et duobus tortalis solidos quinque./…, Abecclesia Sancti Vincentii de Penna – pro duodecim et uno agno solidos novem./ Ab ecclesia Sancti Andrei de Avezzano – pro duobus tortalis et uno agno solidos quinque. » (Idem, f. 9v.).


« Iura decimarum victualium debet grani ordei secinae et annona dictae Vicariae », « In primo in Paterno: Ecclesia Sancti Salvatoris – grani quartaria .III./ Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna – grani quartaria .XII./ …, In Penna: Ab ecclesia Sancti Vincentij – grani quartaria unum./ In Avez(z)ano: Ab ecclesia Sancti Andrei – grani quartaria duo et cuppas sex./ Ab ecclesia Sancti Bartholomei – grani quartaria duo et cuppa sex. » (Idem, ff. 10r-11r.).


« Debita grani et annonae in praedictae Vicariae./ In Avezzano:/ Ab ecclesia Sancti Bartholomei – grani quartarium unum et cuppas octo./ Et de annona – (q) uartarium unum et cuppas octo./ Ab ecclesia Sancti Callisti – grani quartarium unum. » (Idem, f. 11r.).


« Grani provisionis dictae Vicariae. In primis / Ab ecclesia Sancti Laurentij de Cuna – grani coppas quatuor./..., (Unam coppam antiquam que reducta ad communem mensuram ipsius comitatus Albae quartarium antiquam cuppas et redducit ad novem cuppas communis mensurae comitatus.)/…, Ab ecclesia Sancti Vincentij de Penna – grani cuppas .II./ Ab ecclesia Sancti Andrei de Avez(z)ano – grani cuppas .III. » (ADM, A2, ff. 11v.-12r.).


Come abbiamo già visto le chiese più importanti sono le pievi avezzanesi di S. Bartolomeo e S. Andrea, la chiesa di S. Salvatore di Paterno e la pieve di S. Vincenzo di Penna in territorio di Luco dei Marsi: da notare in questi documenti la prima citazione della chiesa avezzanese di S. Callisto.


L'economia che traspare dalle rendite in natura è quella agricola (con un modesto apporto di allevamento animale), testimoniata dalla citazione delle “coppe” di grano (cuppas), dei maiali (porci) e relativi prosciutti (prosuctorum), delle pagnotte di granturco condite con olio ed affini (tortulis), pizze di granturco condite con miele (piczis) ed infine gli agnelli per il periodo pasquale (agnos). Dall'insieme pare evidente l'esistenza nel territorio avezzanese, nella seconda metà del ‘300, della piccola proprietà contadina associata ad una modesta attività transumante locale di tipo “verticale” (dal piano al monte).


Nel frattempo il Regno di Napoli fu interessato da una nuova guerra legata alla successione di Giovanna I di Durazzo del 1343, successione che portò a gravi conflitti fra la stessa e il re Luigi d'Ungheria perché Giovanna aveva, probabilmente, fatto uccidere suo marito Andrea, fratello di Luigi. Gli scontri fra le truppe angioine ed ungheresi avvennero in Abruzzo e portarono allo stremo gli insediamenti abruzzesi soprattutto per opera delle compagnie di ventura capitanate dai più feroci condottieri del tempo: ricordiamo in particolare il sacco d'Avezzano del 1363, organizzato da Francesco del Balzo, duca d'Andria, ma attuato dai dodicimila scorridori della compagnia di ventura dell'Ambrogino (Brogi 1900, 256-257). La distruzione e il saccheggio del nascente borgo fortificato fu tale da essere immortalata nella già citata cronaca dell'aquilano Antonio di Boezio, detto Buccio di Ranallo: « Ma Laidu saccu in Avezzano per illi fatto fone. / Non se ne n'accorse nullo quanno nella terra entraro, / Fierovi molto male e tutto derubaro. » (De Bartolomaeis 1907, an. 1363-1382, stanze 252-253).


A quest'episodio, e non alla peste come sostenuto erroneamente da molti, sono da collegare le morti di Roberto Carafio, milite di Capua, e Ugo Giovanni, probabilmente un giudice del contado ed un governatore della contea albense, documentate dalle due tombe poste nella sagrestia della chiesa di S. Francesco. La prima aveva una lastra tombale raffigurante uomo con cappa corta, collana d'ordine militare, spada, ai lati lo stemma gentilizio consistente in due fasce orizzontali sormontate da un rastrello e lungo le fasce perimetrali della lastra l'iscrizione: Hic jacet Domnus Robertus Carafius de Capua Miles A.D. 1363 …. La seconda una lastra con raffigurazione di uomo con mantello talare e guanti, stemma gentilizio raffigurante sei monti sovrastati da due rose e l'iscrizione: A.D. 1363. Hic jacet Hugius Iohannes De Pro …(Brogi 1900, 273-274). Le due lastre tombali sono ora nel Museo Civico Lapidario. A tali distruzioni si aggiunse, gia dal 1348, la prima gran peste dell'Aprutium con l'apparizione dei tipici “bubboni”, epidemia che falcidiò interi villaggi: la stessa Aquila perdette ben due terzi della popolazione. Alla peste si aggiunse, nel 1349, anche un terremoto di cui però non conosciamo gli effetti reali sui tessuti urbanistici degli insediamenti del territorio avezzanese, ma, dal Febonio, sappiamo che fece crollare molte case e la stessa chiesa collegiata di S. Bartolomeo (Phoebonius 1668, III, 145). Allo stesso terremoto si devono anche danni alla nuova chiesa di S. Francesco, che risulta essere stata restaurata nel 1355 (Antinori, Annali, XII, 99).


La seconda metà del Trecento, vede dunque Avezzano in piena espansione urbanistica e territoriale, come si evince dal considerevole aumento delle chiese, degli edifici civili e privati del castrum e dalle prime contese con i vicini feudi per la definizione dei confini. Sono, infatti, due documenti del 1371 e 1372 che c'illustrano i primi conflitti con i feudi vicini.


Il primo è della regina Giovanna di Durazzo, contessa di Albe, che confermò a Napoli il 15 ottobre del 1372 il precedente condono di sua madre, Maria di Durazzo contessa di Albe, del 22 dicembre del 1360, alla comunità avezzanese del pagamento di quattro once d'oro per le tasse relative al territorio del « Castrum quod dicitur, la Penna », tassazioni troppo onerose per la Universitas di Avezzano, poiché doveva accollarsi anche altri pagamenti. Nel documento sono citati i sindaci di Avezzano patrocinatori della supplica, « Cicci, & Mucius Venturae de Avezzano », mentre dell'abitato di Penna viene detto che, in un tempo lontano di cui non c'è memoria, per causa dei miasmi delle acque del lago Fucino, per il gran numero dei serpenti e per i frequenti allagamenti del lago, si era totalmente svuotato di abitanti: « lacus Fucini, tùm propter infectione aeris, tùm etiam propter Serpentum multituidi nem, & abundantiam aquae lacus prefati extinctis fuis Incolsi omnibus derelictum, & totaliter inhabitatum » (Phoebonius 1668, III, 135). In realtà il vecchio insediamento di Luco, detto a partire dalla seconda metà del ‘200 Penna, era stato già abbandonato dal 1154 o decennio successivo, a causa delle serpi, di una o più possibili inondazioni del Lago, ma più probabilmente per le nuove esigenze economiche legate alla coltivazione dei campi della Valle Transaquana, esigenze che avevano portato la gente luchese a trasferirsi presso la torre-cintata del poggio roccioso dove si svilupperà il Casale de Luco duecentesco, l'attuale centro storico del paese (Antinori, Ann., VII, 505-506).


Riguardo alla numerosa presenza di serpenti sulle rive del lago (bisce acquatiche = hidriae) c'è di aiuto il Febonio che le descrive intorno al lago e soprattutto alle falde del Monte Penna, moltitudini di serpi che nella buona stagione sostavano attorcigliate sulle rocce presenti sui limiti lacustri, emanando un forte fetore che spesso erano causa di malattie per le persone che stazionavano nel luogo: « In partibus, quae circa Fucini lacum, & in radicibus montis Pinnae praecipuè tanta adest Serpentum copia, ut aestivo calore ex monte ad aquas discendere, & glomerati velut vitium faciculi in faxis, lacusque scopulis confidere inspiciantur; & quanquam veneno careant, habent tamènfaetorem adeò lethalem, ut veneno possit possit aequiparari. » (Phoebonius 1668, I, 6). Eccezionale è anche la descrizione del viaggiatore inglese Richard Keppel Craven dell'assalto degli stessi serpenti alla sua barca durante la visita all'inghiottitoio naturale della Petogna, sotto il Monte Penna, nell'estate del 1835. Lo stesso descrive l'esistenza di due Petogne, una del tipo ad assorbimento di strati di ghiaia, più vicino all'Incile, mentre dell'altro posto sotto i ruderi della chiesa di S. Vincenzo in Penna, dice: trad. ital = « Un poco più vicino a Luco si dice che esista un altro uguale emissario naturale, che è pero celato da un cumulo di rocce che si protendono nell'acqua. Il rumore che trasmette è comunque udibile ad una certa distanza. Quando lo visitai, il luogo era reso più caratteristico da innumerevoli moltitudini di serpenti che sulle pietre crogiolavano al sole: essi si tuffavano nell'acqua man mano che ci approssimavamo e si potevano vedere nuotare sotto la superficie intorno alla nostra barca, mentre le lingue vi dardeggiavano contro esibendo tutta la loro aggressiva violenza. Era impossibile non sovvenirsi delle tradizioni relative ai magici poteri degli antichi Marsi ed agli innumerevoli rettili che si voleva vivessero sul loro territorio.» (Craven 1837, 97). La descrizione dei sindaci avezzanesi era quindi realmente legata alla paura della comunità verso le serpi che dominavano l'ex territorio pennese.


Un secondo documento del 1371, ancora conservato, in una copia quattrocentesca, nell'Archivio Storico del Comune di Avezzano (Serie Pergamene, n. 2), viene redatto dall'allora Conte di Albe Ludovico di Navarra, nipote di Carlo II d'Angiò e zio della regina Maria, « in Castrum Novun Malliani, in platea publica », per la delimitazione delle aree di pascolo e di legnatico fra Avezzano ed Albe. Vengono citati come confine il Monte Pafnj, il Monte Bulgari e Peschio Cervaro con la sua Valle sul versante di Paterno; il Monte Terrentino (Colle degli Stabbi) e la Valle Pandulfa, verso Cappelle ed i piani del Cretaro e di S. Leonardo in mezzo: « de Monte Terrentinj, .., a dicta Valle Pandulfa rectam lineam, …, usque Cretaria Avezani, …, usque Piani sancti Leonardi., …, Paterni, .., in Monte Pafnj et Monte Bulgari & Peschia Corbaria loro valle »; sappiamo inoltre che oltre il Monte Terrentino erano i monti di « Penna, Luci, et Transaquas » (Brogi 1900, 258). Si ritrovano qui i nomi che compaiono, insieme ad altri, nuovamente in una pianta del 1715 allegata alla vertenza, fra l'università di Cappelle e il Capitolo di S. Bartolomeo di Avezzano, circa il possesso della “selva di S. Bartolomeo” situata in località Cesolino: Valle Pandulfa, Piano di Cesolino, Via (S.) Felice, Via Romana seu Salara (l'antica Via Valeria), Peschi Corbary, S. Pelino, Paterno, località su cui passava in confine retto (Valle Pandulfa di Monte Cimarani - Peschio Cervaro di S. Pelino) fra Avezzano, Cappelle ed Albe (ADM, C/517; Melchiorre 1990, 170 n. 31, 177 ).


Il 1381 vede l'arrivo ad Avezzano del marito di Giovanna di Durazzo, Roberto d'Artois duca di Durazzo, che in visita alla contea della moglie, confermò privilegi ed immunità all'avezzanese « Masius Andreas Mancini de Avezzano nostri domesticus familiaris » (ASCA, Serie Pergamene, n. 4). Al fedele “confidente” avezzanese Masio Andrea Mancini i privilegi e relative immunità, erano state concesse in precedenza dalla moglie, ma le sue azioni si erano rivelate scomode alla locale comunità che, in occasione della visita del duca, presentò un regolare reclamo al fine di ottenere la fine delle concessioni; il d'Artois si guardò bene dall'irritare la moglie e dall'alienarsi i servizi del fedele e « familiare domestico », perciò le riconfermò (Brogi 1900, 259).


Atro importante elemento per la comprensione della vita “cittadina” avezzanese nella seconda metà del Trecento sono gli « Statuta Universitas dicte Terrae Avezanij », ovvero l'insieme di leggi che governavano la comunità di Avezzano, concessi da un feudatario dell'epoca ed ora conservati nell'Archivio Storico del Comune di Avezzano (Serie Pergamene, n. 1. Di Domenico 1996). L' allora Universitas era retta da quattro Massari (sindaci), coadiuvati dai Baiuli (gendarmi), Giurati e Confidenti (aiutanti dei Baiuli), Catapani (controllori di pesi e misure) e Giudici (per le liti civili): i Massari e Giudici erano eletti dal popolo con un publico Conseglio e confermati dal Barone; gli altri venivano invece nominati dai Massari. Le informazioni che si possono dedurre da essi sono notevoli e si sommano a le già studiate strutture ecclesiali: rimane sostanzialmente valida la vocazione agricola della comunità avezzanese, già evidenziata, con apporti della pesca e dell'allevamento capro-ovino. Le informazioni sul territorio e forma urbana sono consistenti: viene citato il palentino casale di “S. Basilio”, i castagneti di “S. Bartolomeo” (di Caruscino) e di “Cese”, la “Costa di Subignano”, i monti dalla “Fossa di Roccia” sino al “Beato Silvestro” di Cima Grande (Cimarani), il “Peschio di Castel Vecchio” di Pietraquaria, la “Porta di S. Bartolomeo” da dove si andava per la località “Puzzillo fino alla “via Antica”, la “via di S. Stefano”, la “via Vetere” che conduce al lago Fucino, i molini di “Santo Stefano” e “S. Bartolomeo di Trisulti”, ecc. (Di Domenico 1996, 167-265).


Riguardo alla datazione degli Statuti in età federiciana (XIII secolo), proposta recentemente dall'amico Mario Di Domenico, in base alla citazione della monetazione degli Augustali negli stessi, monete abolite nel 1266 dal vincitore francese Carlo I d'Angiò (Di Domenico 1996, 21-25), ritengo che non sia proponibile per diversi fattori in seguito elencati.


1. L'uso del termine monetale è documentato ben oltre il 1266: nella concessione ad Oderisio De Ponte che, nel 1269, ottenne l'esenzione per Scurcola Marsicana (suo feudo) del pagamento degli Augustali, un tributo annuale che si doveva al re per le spese di guerra (Brogi 1900, 230 ; Reg. Ang., XV, 74 n. 52). Nelle decime che l'abbazia cistercense di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana doveva al Vescovo dei Marsi durante la seconda metà del Trecento, è espressamente citato l'uso di tale moneta « Debita redditus et census que regale Monasterii Sancte Mariae de Victoriae ordinem Cistercensij Diocesi Marsicanae…, Item pro ecclesia Sancti Nicolai de Cappelle nomine census anno quolibet in festo omniunque sanctorum augustalem unum et quartarium montuariorum ed decimarum. » (ADM, A2, f. 9v.).


2. La citazione negli Statuti dei ruderi del castello-recinto di Pietraquaria col nome di « pesculu castri veterj », ovvero “Peschio di Castel Vecchio”, posto sopra il casale di S. Basilio (fl. 13 r.: [131] ): il termine usato documenta uno stato di abbandono lontano tanto da mettere in obblio il termine di castellum o castrum, per il più “moderno” Castel Vecchio di cui non si ricorda il nome. Apparirebbe strano che a metà del duecento il feudo e castellum di Pietraquaria fosse da tanto abbandonato vista la sua vitalità, documentata dal 1156 al 1188 ed oltre, fino alla probabile distruzione angioina del 1268.


3. La consistenza dell'abitato con le sue mura, le porte, le piazze, il molino di S. Bartolomeo di Trisulti (fl. 14 r.: [144]), tutto parla di un abitato fortemente accentrato in pianura che difficilmente poteva esistere, in queste forme, durante la metà del Duecento.


Ritengo dunque valida la datazione assegnata dal Brogi agli Statuti, la seconda metà del Trecento avanzata: non a caso la prima conferma datata degli stessi Statuti è del 1434 sotto Edoardo Colonna; le altre, non datate, sono invece attribuibili al periodo « quando la contea era tenuta dai Reali di Napoli e in difetto dalla Camera; cioè, entro gli anni 1309 e 1414.» (Brogi 1900, 274-279).



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