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La villa Avezzani della Contea di Albe

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La villa Avezzani della Contea di Albe
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2 - L'età Medievale - La villa Avezzani della Contea di Albe

Con l'inoltrato XII secolo, con l'arrivo dei Normanni, la Marsica si troverà inserita sui confini settentrionali del Regno normanno di Sicilia e vedrà il definitivo consolidarsi del sistema insediamentale feudale basato sui castella posti sulle alture e villae, casalia ed ecclesiae ad economia agricola poste a fondovalle. Dopo i primi tentativi nella seconda metà dell'XI secolo, nel 1143 i Normanni con i due figli di Ruggero II d'Altavilla, Ruggero ed Anfuso, provenienti dalla Valle Roveto, riescono a raggiungere il bacino fucense ed ottenere la resa definitiva di Berardo e Rainaldo, figli del Conte dei Marsi Crescenzio, gli ultimi ad avere il titolo di « comites Marsorum » (Ann. Ceccanenses, 283). Il comitato dei Marsi, ora detto geograficamente « De Valle Marsi » inserito nel Principatus Capuae, fu diviso da Ruggero II in due contee e diverse consorterie familiari: la Contea d'Albe, data a Berardo V; quella di Celano assegnata a Rainaldo; il territorio Carseolano, parte del tagliacozzano, Valle di Nerfa e Palentino dato agli eredi d'Oderisio II; parte della Valle di Nerfa ed altri feudi fucensi meridionali affidati a Simeone e Crescenzio di Capistrello (Jamison 1972, 214-225).


Il primo documento che c'informa direttamente sulla consistenza dei feudi incastellati del XII secolo è il Catalogus Baronum redatto nel 1150 ed aggiornato nel 1167/8, un catalogo che doveva servire per la Magno Expeditio, in pratica per formare un « esercito normanno destinato a contrastare la minaccia di un attacco al Regno di Sicilia dopo l'alleanza (1149) tra Corrado III di Germania e l'imperatore bizantino Emanuele Comeno » (Santoro 1988, 102, nota 100). In esso sono citati tutti i castella del Regno di Sicilia, ed anche quelli, che ci interessano, della Contea di Albe, in cui era inserito l'attuale territorio avezzanese:


« (Comes Albae) /1110 - Comes Rogerius de Albe dixit quod tenet in demanio Albae quod est pheudum vij militum et Castellum / novum in Marsi quod est pheudum j militis, et Paternum in Marsi quod est iij militum, et Petram Aquarum in Marsi quod est / pheudum v militum, et Tresacco, et hoc quod tenet in Luco sunt pheudum vj militum, et Capranicum quod est / pheudum j militis, et Pesclum Canalem in Marsi quod est pheudum ij militum, et Carcerem in Marsi quod est pheudum / vj militum una cum Podio Sancti Basii, et Dispendium in Marsi quod est pheudum j militis et dimidii. (Hii omnes / predicti milites et prefata castella sunt in Marsi). Una de proprio pheudo predicti Comites Berardi de Albe sunt milites / xl et cum aumento obtulit milites lxxx et servientes c. 1111 – Hec sunt castella que tenet predictus Comes in servicio: Vallem Soranam et Collem Erectum que sunt pheudum / iiij militum, et Roccam Vivi qued est ij militum, et Morream quod est ij militum, et Civitatem Antine quod est iiij / militum, et Rodemaram et Castellum Gualtieri que sunt pheudum iij militum, et Civitellam, quod est pheudum ij / militum, et Morinum quod est iij militum, et Metam quod est j militis, et Collem Longum et Roccam de Cerri que sunt pheudum / iiij militum. (Hec omnia castella sunt in Valle Marsi). 1112 – Raul de Falascosa tenet ad eodem Comite sicut dixit pheudum iij militum. Una sunt de propriis pheudis et servicio / predicti Comites Berardi milites xxviij et augmentum milites xxj. Una inter pheudum et augmentum servici sunt milites lix / et servientes c. Una demanii et servicii predicti Comites sunt de propriis pheudis milites lxviij, et augmentum sunt milites lxxj. Inter pheudum et augmentum servicii obtulit predictus comes milites cxxxiiij et servientes cc, et si / necessitas fuerit in Marchia et in provincia illa habebit universam gentem suam. » (Jamison 1972, 215-217).


Il conte Ruggero d'Albe era succeduto in quegli anni a « Berardus comes de Albe », fratello di Rainaldo di Celano e padre di Pietro, conte d'Albe e Celano. Nella prima stesura del Catalogus Baronum del 1150, infatti, compare il nome di Berardo V come titolare della contea albense, mentre nell'aggiornamento del 1167/8 il suo nome fu sostituito da Ruggero, data la sua ribellione al re normanno Guglielmo I nel 1160 con l'invasione, non autorizzata, della terra di S. Vincenzo al Volturno. Ruggero « filius Riccardi », ebbe la contea d'Albe nel 1166 dalla regina Margherita, ma sul finire dell'estate del 1168 abbandona la contea marsicana per quella più ricca d'Andria in Puglia (« Ruggerius de Andria »). In tale occasione la contea albense è riconsegnata al figlio di Berardo V, Pietro che, dopo la morte del cugino conte Annibale di Celano, nel 1189, la unisce a quella di Celano (Cuozzo 1984, 1110 e 1112*).


Era quindi Ruggero, e prima Berardo V, proprietario di ben 23 feudi incastellati, di cui dieci « in demanio », ovvero in controllo diretto di Ruggero (Albe, Castelnuovo, Paterno, Pietraquaria, Trasacco e parte di Luco, Capranico di Canistro, Pescocanale, Carcere e Poggio S. Biagio di Magliano dei Marsi, Dispendio di S. Anatolia di Borgorose), e 13 « in servicio », in altre parole affidati a feudatari fedeli (Balsorano e Colle Eretto, Roccavivi, Morrea, Civita d'Antino, Rendinara e Castel Gualtieri, Civitella, Morino, Meta, Collelongo e Rocca di Cerro di Villavallelonga). In totale Ruggero, come Berardo, poteva armare un piccolo esercito composto da 134 cavalieri, 200 fanti ed altrettanti scudieri.


Nel nostro territorio che, come abbiamo visto, era parte integrante della Contea di Albe, troviamo fra il 1150 e il 1168, i castella di Castelnuovo, Paterno e Pietraquaria:


Il primo, Castellum novum, era feudo di un solo milite, resa relativa ad una popolazione di circa 125-130 abitanti: i suoi resti, composti da un recinto murario, una torre sommitale quadrata e diverse cisterne, sono visibili sul Monte Castello a quota 1242 che sovrasta a sud l'attuale abitato di Castenuovo.


Il secondo, Paternum, era feudo di tre militi con una popolazione di circa 375-390 abitanti: i suoi resti con recinto murario, torre sommitale quadrata, cisterne e fossato esterno, sono sull'altura detta “La Rocca” a quota 900 che sovrasta a nord l'attuale abitato di Paterno.


Il terzo, Petram Aquarum, era feudo di ben cinque militi con una popolazione di circa 625-650 abitanti, quindi il più grande incastellamento del territorio albense, dopo la sede comitale di Albe; insediamento fortificato (con le sue tre chiese S. Maria, S. Giovanni e S. Pietro), cui facevano riferimento i numerosi insediamenti, ville e casali, della piana avezzanese e palentina con Cese e S. Basilio. Utili sono le descrizioni del Brogi sul finire dell'800 con l'osservazione delle due cisterne sommitali ricoperte dal tenace e lucido intonaco di signino (malta bianca e coccio tritato) di colore rosso, del fossato esterno sul settore nord-est, il ritrovamento di una scultura medievale raffigurante un religioso e la pergamena scritta nel 1779 in cui oltre la descrizione dell'apparizione miracolosa della Madonna al pastorello, sono citati i falsi donativi fatti al santuario mariano dal Conte di Albe Ruggero (Brogi 1889). Dell'altura dell'incastellamento di Pietraquaria rimane la citazione al foglio 13r, degli Statuti trecenteschi di Avezzano col nome di « pesculo castrj veterj » (“Peschio di Castel Vecchio”) posto a controllo degli insediamenti palentini (Cese e S. Basilio) e delle strade che si immettevano sul valico di Pietraquaria (Di Domenico 1996, 257, [131]).


Della vecchia sede del castellum di Pietraquaria abbiamo ormai scarsi resti legati all'erto colle, quota 957 che domina con la sua grande croce di ferro il santuario di S. Maria di Pietraquaria, a sud est del medievale Monte Tarrentinj. Si riconoscono i resti di un medio castello-recinto a pianta triangolare su pendio roccioso con recinzione in opera incerta medievale, terrazzamenti interni, tagli su roccia per appoggio di edifici con fori per l'alloggiamento delle travature lignee e cisterne: notevole il balzo roccioso sul versante verso il santuario. Della torre sommitale non rimane traccia alcuna visto lo spianamento attuato per l'erezione del belvedere e della grande cisterna sommitale.


A questo grande incastellamento apicale era collegata, come in altri esempi marsicani (vedi Trasacco), la torre avanzata sul piano, verso il lago, in prossimità della villa Avezzani. Di forma quadrata e con spessore basale di metri 1,20, essa è ancora individuabile nell'interno del Castello Orsini-Colonna di Avezzano affiancata sul lato sud-est. La mancanza di scarpa di base e la buona cortina muraria formata da grandi e medi blocchi angolari e blocchetti in calcare locale legati con malta tenace, permettono di datarla entro la prima metà del XII secolo, come per la parte bassa della torre di Trasacco, con tessitura muraria simile, di cui abbiamo documentazione già a partire dal 1120 nella donazione del Conte dei Marsi Crescenzio alla chiesa di S. Cesidio e Rufino: « … prope portam Turris, & Palattij nostri, » (Phoebonius 1668, II, Catal. Episc., 16; Grossi 1996, 21, 31-32).


La mancata citazione di Avezzano, come castellum, nel Catalogo normanno, ha sollevato dubbi e perplessità fra gli storici avezzanesi: il Brogi arriva a sostenere una presenza di un incastellamento ad Avezzano già nel 1156, in base alla (errata) lettura dell'iscrizione del portale di S. Bartolomeo, citata dal Corsignani nel ‘700; iscrizione che lo storico avezzanese attribuisce invece alla porta delle mura (Brogi 1990, 183, 271). Come abbiamo già visto, Avezzano non era dotato di mura nel 1156, visto che nel Catalogus Baronum, che fu aggiornato nel 1167/68, non vi è traccia dell'incastellamento avezzanese. D'altro canto l'erezione di nuove fortificazioni sul finire del XII e fino alla seconda metà del XIII secolo, fu duramente avversata dagli Svevi che si preoccuparono, ove fosse avvenuta, di far demolire le fortificazioni non citate nel precedente Catalogus ed edificate « in terra demani » (Santoro 1988, 108).


A segnare la seconda metà del XII secolo marsicano sono i diversi conflitti fra i baroni della contea albense con i Vescovi dei Marsi, circa il possesso delle nuove e ricche pievi diocesane. Il primo di essi è segnalato con il Vescovo dei Marsi Zaccaria che, intorno al 1180, ebbe una lite con i potenti feudatari normanni, Conti di Manopello, delle ville di Avezzano e di Cappelle, i « de Palearia », che volevano appropriarsi delle pievi di S. Nicola di Cappelle e di S. Bartolomeo di Avezzano con i loro sostanziosi possessi. La prima, proprietà (intorno al 1170-1180) dei monaci di S. Maria de Pertuso di Morino e passata alla diocesi marsicana, ad opera dello stesso Zaccaria, tramite una permuta con la chiesa di S. Leucio in Castulo (Ortucchio), fu sottoposta alle continue angherie di Gualtiero de Palearia e di altri militi locali, angherie che portarono ad un intervento energico di Lucio III che nel 1181 ammoniva i de Palearia e loro amici, pena la scomunica, a non disturbare i nuovi chierici della chiesa di Cappelle (Ker 1903-1911, IV, 106-107 n.4).


L'avvertimento del Papa fu sentito da Gualtiero che nello stesso anno fece un accordo di intesa con il vescovo marsicano, ma la sua morte (1182), riportò la questione al punto di partenza con un Walter de Palearia che, con i suoi balivi, di nuovo disturbava S. Nicola e il suo clero. Il vescovo si vide quindi costretto a scomunicare il de Palearia con ratifica dello stesso pontefice Lucio III che, il 20 settembre del 1183, confermava la piena indipendenza della chiesa di Cappelle (Ker 1903-1911, IV, 113-114 n. 8). Ad Avezzano Gentile de Palearia, fratello di Gualtiero, aveva disturbato ed angariato i chierici della pieve di « S. Bartholomaei de Avezzano » per il controllo della Collegiata avezzanese e dei suoi possessi « in castro de Cese », provocando l'intervento del vescovo Zaccaria che, non avendo soddisfazione dal feudatario, entrò in una durissima lite con lo stesso, lite sedata nel 1182 a Capua da Roberto, conte di Capua e “maestro giustiziere”, per mandato di Guglielmo II, con l'attribuzione al vescovo della pieve ed al de Palearia dei suoi soli diritti feudali (Phoebonius 1668, II, Mars.Episc.Catalogus, cit., 20-23). Questi continui conflitti evidenziano l'arroganza dei normanni Conti di Manopello che, nella seconda meta del XII secolo, controllavano il feudo di Avezzano dopo il predominio di Taddeo, Gualtieri, Baldassare ed Ettore, parenti dei Conti dei Marsi (Belmaggio 1997, 15-16).


È questo il primo documento in cui appare la pieve di S. Bartolomeo, probabilmente sovrapposta alla chiesa cassinese di S. Clemente durante la prima metà del XII secolo, che fa da centro alla villa Avezzani che va estendendosi con il suo abitato nella località “Pantano”. È questo il periodo in cui ha inizio il fenomeno di sinecismo, conclusosi agli inizi del ‘300, dei numerosi insediamenti sparsi del territorio avezzanese che incominciano a far capo alla località Pantano in cui si elevava la nuova importante pieve. Questi insediamenti sono ricordati dal Febonio e dagli autori successivi: S. Felice alle Grotte di Claudio vicino alla Grotta di S. Felice; Castelluccio o S. Lorenzo, intorno al Monte Salviano; Arrio sotto Monte Aria; Cerrito o S. Leonardo lungo la Via Consolare (ora Via San Francesco); Vico o S. Maria di Vico, vicino i cimiteri; Pescina o S. Nicola, vicino al Carcere di Avezzano; Perrate o Parate a Scalzagallo; San Basilio, nei Piani Palentini; La Fonte o S. Salvatore, a Caruscino; Vicenne o S. Andrea, all'incrocio con Via Giuseppe Garibaldi e l'omonima strada, Gagliano o S. Sebastiano, all'incrocio fra Via XX Settembre e Via Garibaldi; Pennerina o SS. Trinità sopra Le Mole; Scimino o S. Simeone, alla Pulcina; Le Fratte o S. Paolo, sotto S. Maria di Loreto; S. Callisto, fra Via di S. Andrea e la Circonfucense; Casole o S. Maria della Casa, sotto Caruscino; Pantano o Avezzano, sul sito del vecchio centro storico. Insediamenti recentemente riposizionati da Serafino Del Bove Orlandi (Teresa Cucchiari Mostra 1999, p. 6.).


Nel frattempo però la presenza monastica nella Marsica iniziava il proprio declino verso la metà del XII secolo, dopo le ultime conferme imperiali a Farfa e Montecassino ad opera d'Enrico V e Lotario III: nel 1118 Enrico V aveva confermato a Farfa i possessi marsicani (Chron.Farf., II, 282); con la conferma di Lotario III di Suplimburgo del 1137 a Montecassino, la celebre abbazia possiede ancora quaranta monasteri e sette castra distribuiti in tutta la Marsica e donati in precedenza dai Conti dei Marsi nella seconda meta dell'XI secolo (Sennis 1994, 63). È questo il periodo in cui la famiglia dei conti dei Marsi, sebbene intimorita dalla presenza normanna, riesce a controllare la sede episcopale ed anche ad esprimere ben due abati a Montecassino, Gerardo e Rainaldo II (Chron.Mon.Casin., IV 43, 512; IV 128, 604).


Con la Bolla di Clemente III, inviata il 2 giugno del 1188 al vescovo Heliano, la Diocesi dei Marsi ha ormai una consistenza maggiore con un controllo capillare del territorio: vi si trovano riferimenti diretti sulla permuta (confermata) delle chiese di Cappelle e S. Leucio di Castulo e sui contrasti fra l'episcopato dei Marsi con i preti di S. Giovanni Capodacqua di Celano, con i monaci cistercensi di S. Maria di Pertuso di cui è nuovamente ricordata la « pravam praesuntionem ». Le chiese sono ormai 229 (compresa la cattedrale di S. Sabina): ben 170 chiese in più rispetto alla bolla di Pasquale II del 1115; le pievi « cum titulis suis » sono ben 23, fra le quali S. Vincenzo alle Forme, S. Lorenzo in Cuna di Paterno, S. Andrea e S. Bartolomeo di Avezzano. I confini della Diocesi dei Marsi ora sono chiaramente definiti, dal Carseolano alla Valle di Nerfa, dall'Altopiano delle Rocche alla Valle del Giovenco, alla Vallelonga ed inizio dell'alta valle del Sangro: « A Furca Ferrati decurrunt ad Caput Carriti; inde per Vadum de Marso; in Portella de Valle Putrida; per Serram de Feresca; per Argatonem; per Serram de Camino; per Serram Formellae; inde ad molinum vetus; inde ad Furcam Aceri; per Serram de Ruo; per Serram de Troja; inde ad Pesculum Canale; inde ad petram Imperatoris; per Serram de Cervaja; inde ad Sanctum Britium; per Furcam di Auricola; inde ad Sanctum Georgium; per flumem Sisarae; per turres de Ofrano; per Scalellas; per Tufum fluvii Rumanii; per Trepontium; inde ad Vulpem mortuam; per Buccam de Teba; per rivum gambarorum; per Serram de candida; per Ventrinum; et redeunt ad Furcam Ferrati. » (Di Pietro 1869, I, 311-320).


Le chiese pertinenti, o legate da interessi, all'attuale territorio di Avezzano, sono: « Sanctae Mariae in Porciano. / Sancti Georgi, Sancti Sosii – in Paterno. / Sancti Laurentii in Cuna cum titulis suis. /, …, Sancti Vincentii in Formis cum titulis suis. / Sanctae Mariae in Vico. / Sanctae Mariae, Sancti Johannis, Sancti Petri – in Aquarnia. / Sancti Bartolomaei in Avezzano cum titulis suis. / Sancti Andreae cum titulis suis. / Sancti Pancrati in Castel-nuovo. » (Di Pietro 1869, I, 314-315). Appare quindi evidente l'importanza ecclesiastica della villa di Avezzano della località “Pantano” con le sue pievi di S. Andrea e S. Bartolomeo, rispetto al castello-recinto di Pietraquaria che pure annovera tre chiese. Lo stesso vale per Paterno con S. Lorenzo e il territorio dell'Incile-Petogna con la sua pieve di S. Vincenzo in Forme, da cui, successivamente dipenderà anche S. Maria in Vico. Non sono presenti nell'elenco le chiese di pertinenza monastica della prepositura di S. Maria in Luco o tenute direttamente dall'abate cassinese, confermate a Montecassino nel 1137 da Lotario III di Suplimburgo: Sanctae Mariae in Cesis, Sancti Salvatoris in Avezzano o « apud Avezzano », Sancti Patris ad Formas, Sancti Donati in Formis, Sancti Antini ad Formas, Sancti Laurentii in Vico, Sancti Gregorii in Marsi (Paterno), Sancti Ambrosii in Secunzano (Sella 1936, 55-56). A Farfa appartenevano ancora: il monastero Sancti Salvatoris in Paterno, Sancti Adriani in Porciano e la chiesa Sanctae Trinitatis in Avezzano, confermate alla celebre abbazia sabina da Errico V nel 1118 (cit.). La presenza benedettina, seppur ridotta come prestigio, continuerà nei secoli successivi ad interessare il territorio di Avezzano, con le dipendenze di S. Maria di Luco: S. Padre in Penna (ex Forme), S. Lorenzo in Vico e il monastero di S. Maria di Cese.


L'accresciuta importanza dell'abitato, nella seconda metà del XII secolo, è ulteriormente segnata dal riconoscimento di “Cappella Reale” alla Collegiata di S. Bartolomeo, da parte del re normanno Guglielmo II detto “il buono” (Pagani 1968, 174); il regio patronato fu successivamente riconfermato da Roberto d'Angiò nel 1331 (ADM, 4). La collegiata avezzanese di S. Bartolomeo, come evidenziato da recenti saggi, era probabilmente in questa fase composta in struttura basilicale a tre navate con arcature a tutto sesto poggianti su pilastri quadrati (Mastroddi 1999, 17-24). La stessa era stata già sottoposta a restauro nel 1156 vista l'iscrizione sull'architrave, letta dal Corsignani nel ‘700 e, erroneamente, rapportata alle mura d'Avezzano dal Brogi: « Anno. Dom. 1156. porta Sancti Bartolomaei instaur. » (Corsignani1738, IIa, 389).


La scelta avezzanese di S. Bartolomeo come santo protettore dell'abitato, la cui festa ricade al 24 agosto con la fine degli estenuanti lavori agricoli estivi (segnati dall'arrivo delle prime piogge), ha evidenti legami con attività piscatoria locale o con possibili malattie psichiche diffuse nell'area. Il santo, infatti, presenta specifiche caratteristiche taumaturgiche: « San Bartolomeo è popolare in tutta Italia: per i tanti miracoli che gli vengono attribuiti è patrono degli indemoniati, degli ammalati di convulsioni, di emicrania, di paralisi, di varici, di disturbi psichici. Protegge anche i bambini dai terrori improvvisi. Sicché ha legittimamente ereditato nell'immaginario medievale le funzioni del dio guaritore [Esculapio] sul cui tempio romano [nell'Isola Tiberina] fu costruita la chiesa che era destinata ad assumere il nome del santo taumaturgo. … Nelle immagini popolari infatti il santo è raffigurato con i capelli sciolti e quasi nudo mentre, legato ad un tronco d'albero, sta per essere scorticato da un uomo vestito rozzamente e con un enorme coltello fra le labbra. Un altro topos iconografico lo rappresenta barbuto, con un libro e con coltello che allude allo scuoiamento, come nella pala trecentesca di Lorenzo di Nicolò Gerini al museo Civico di San Gimignano. Con il XV secolo si diffonde infine la rappresentazione di Bartolomeo che reca la propria pelle sul braccio, come nell'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina.» (Cattabiani 1993, 128-129). La diffusione del culto nella Marsica e Avezzano dovette avvenire, probabilmente, per opera dei vicini monaci di S. Nicola di Cappelle legati all'abbazia di Trisulti dedicata allo stesso santo (Belmaggio 1997, 127).


Mentre gli Avezzanesi si affaccendavano intorno alle loro pievi, la Marsica era interessata dagli sviluppi politici dei massimi esponenti delle contee marsicane. Nel 1189 Pietro, figlio del Conte d'Albe Berardo V, riuscì a riunire le due contee d'Albe e Celano dopo la morte del cugino Annibale Conte di Celano (Ann.Ceccanenses, 291): nei primi anni del suo dominio egli giurò fedeltà al nuovo imperatore tedesco Enrico IV che nel 1191 aveva invaso il Regno di Sicilia e dopo aver ottenuto la fedeltà di numerosi conti, « ... Tunc per terram Petri Celani comitis sub illius fido ducato de regno exiens » (Ryccardi Chronica, 1191). Successivamente, attraverso una decisa politica d'adesione al partito svevo, dopo la morte contemporanea d'Enrico IV e Costanza d'Altavilla e Federico II ancora piccolo, divenne nel 1208, per volere d'Innocenzo III, maestro capitano del regno svevo con giurisdizione su Puglia e Terra di Lavoro ed anche, più tardi, dell'intero principato di Capua. L'accorta politica matrimoniale di Pietro gli permise di controllare personalmente tutto il bacino fucense, la media ed alta valle del Liri e le importanti strade che attraversavano la dorsale appenninica dalla Marsica al Molise, alla Puglia e Campania (Jamison 1933). Nel 1210 le relazioni con il Papa Innocenzo III si rompono dato l'appoggio dato da Pietro, ormai il più potente conte del regno normanno, alla conquista del Regno di Sicilia da parte di Ottone IV: si ripete qui lo stesso passaggio per le terre reatine e marsicane in direzione della Val Roveto, Sora, Val di Comino e Capua « Regnum intrat per Reatinus partes, ..., per Marsiam et Exinde per Cominium venit » (Ryccardi Chronica, 1210). Come si può vedere dagli avvenimenti del 1191 e 1210, la Valle Roveto ed i Piani Palentini, sono continuamente soggetti ai passaggi degli eserciti imperiali diretti a Napoli.


Alla morte nel 1212 di Pietro, suo fratello Riccardo divenne Conte di Celano, mentre il figlio Tommaso sposando la contessa Giuditta di Molise, si titolò « Celani, Albe et Molisi comes » così come documentato nella riconferma del 1213 dei diritti di pesca alla chiesa di S. Cesidio a Trasacco: ma la pretesa di assumere la nuova titolatura di « Celani comes » non fu facile per Tommaso dato il conflitto che lo zio Riccardo (Conte di Celano).


L'avvento di Federico II al potere del Regno di Sicilia determinò un suo intervento diretto nelle terre abruzzesi con l'istituzione nel 1233, di uno Justitiariatus Aprutii con sede a Sulmona: da questo momento il termine Aprutium designerà tutta la regione abruzzese. Il conflitto fra i re svevo e il riottoso e potente conte Tommaso, fu inevitabile vista la politica federiciana d'annullamento dei poteri comitali nell'interno del regno: un primo momento Tommaso tenta di entrare nelle grazie di Federico II, ma essendone respinto decide di entrare in conflitto con lo svevo (Santoro 1988, 107). La presa di Celano e la sua distruzione, dopo la resa “onorevole” di Tomasso nel 1223, mettono fine ai sogni di potenza dei discendenti dei Conti dei Marsi del ramo fucense.


Il riottoso conte celanese, però, non si rassegna alla sconfitta e nel 1229 è di nuovo nella Marsica durante l'invasione dell'Aprutium delle truppe pontificie di Gregorio IX condotte fra gli altri anche da Tommaso di Celano. Ma la fortuna non arrise al celanese; un gruppo di 200 militi imperiali riportò la Marsica in mano di Federico II, escluso la Rocca di Foce (Monte Secine d'Aielli) che solo nel 1230 cadde per opera di Bertoldo fratello del duca di Spoleto. Nel 1247 il pontefice Innocenzo IV, restituisce al conte di Celano e Molise i beni usurpati dall'imperatore svevo e consente la rinascita del nuovo abitato col nome di quello vecchio (Grossi 1998a, 35-36). Solo dopo la morte dello svevo, dopo un breve dominio di Federico d'Antiochia conte di Celano, Albe e Loreto nel 1252, abbiamo il ritorno a Celano di Ruggero, figlio dei conti Tommaso e Giuditta. La sottomissione a Manfredi di Ruggero permette allo stesso di avere il primato diocesano della chiesa di S. Giovanni Battista di Celano e la riunione delle contee d'Albe e Celano (Grossi 1998a, 37).


Avezzano, che avevano veduto infeudato ai potenti baroni della contea albense dei de Paleria, sotto gli Svevi passa ai Corsi, poi ai De Ocra, allo stesso Federico D'Antiochia ed infine ai De Poli (Brogi 1900, 253; Orlandi 1967, 13; Belmaggio 1997, 16-17).


Federico II « Dei Gratia Romanorum Imperator sempre augustus Hierusalem et Siciliane Rex », sosta vicino ad Avezzano con il suo accampamento militare (castrum), probabilmente vicino all'Emissario, nel 1242 per tutto il mese di giugno dove emette diverse sentenze e privilegi datati « datum in Castri prope Avezzanum in Celano anno anno Domine Incarnationis Millesimoduecentesimoquadragesimosecundo, mense juni quintedecime indictionis » (Breholles 1850, V parte II, 57-59). L'ipotesi di questo castrum federiciano presso l'Emissario è supportata dal particolare interesse del sovrano svevo per il riattamento dello stesso. In precedenza, infatti, Federico II aveva ordinato ad Ettore Montefuscolo, giustiziere svevo d'Abruzzo, di ripulire i canali al fine di rendere stabili i limiti lacustri e di nominare un soprintendente ai lavori di spurgo. Il Montefuscolo diede inizio alle opere, ma essendo sostituito nell'incarico non riuscì del tutto ad ultimarle. Il nuovo giustiziere d'Abruzzo B. Pissone non procedette al completamento dell'ordine federiciano, perciò, dopo le proteste del soprintendente dei lavori sul lago Fucino, lo stesso re dovette nuovamente incaricare il Pissone a completare i lavori secondo le modalità attuate dal Montefuscolo. Il documento inviato a Pissone a noi pervenuto, datato al 20 aprile del 1240, c'informa delle intenzioni di Federico II che vedeva nel compimento dell'opera l'accrescimento del suo nome e relativa gloria, ma anche l'aiuto ed il potenziamento economico delle fedeli genti fucensi del regno « ad laudem et gloriam nominis nostri et profectum nostrorum fidelium et hominum regionis.» (Breholles 1850, V, parte II, 906-907). L'aspetto più importante dei documenti federiciani è però dato dal fatto che le incomplete opere di presa, mutilate dal terremoto del IV secolo, dovettero per tutto il medioevo assicurare, se curate, una stabilità dei limiti lacustri. La lenta ma costante fuoriuscita delle acque allo sbocco sul Liri, quindi, dovette per tutto il medioevo assicurare il funzionamento di molini posti a quota più bassa.


Nel 1250, su volere di Federico II, gli Orsini arrivano nella Marsica e s'insediano nella signoria di Tagliacozzo: il primo fu Napoleone di Giacomo di Napoleone Orsini, signore di Vicovaro e Licenza (Roma) che in quegli anni aveva sposato Isabella, figlia di Bartolomeo da Tagliacozzo (Labande 1939, 24). Pur tuttavia in quegli anni gli Orsini dovettero dividere Tagliacozzo ed i suoi possedimenti con la famiglia dei De Pontibus che allora possedevano una parte di Tagliacozzo (Brogi 1900, 230). Quest'ultimi, possessori di molti feudi marsicani, oltre Tagliacozzo (Ponte, Scurcola, Marano, Oricola, Pereto, Fossaceca, Tremonti e Poggetello), ed anche giustizieri d'Abruzzo nel 1289, erano i rappresentanti di una signoria laica altomedievale discendente dai Conti dei Marsi del ramo carseolano ed il cui nome è collegato alla villa altomedievale in località “Setteponti”, lungo la « via antiqua quod dicitur Salara » (la consolare via Valeria), fra i ponti sull'Imele e il torrente Rafia con l'incastellamento di Ponte sul colle detto “Castello” o “Monticello” sopra la Stazione Ferroviaria di Cappelle dove era anche la chiesa di S. Felice in Monticello (Grossi 1990b, 124-127).


I fragili equilibri raggiunti in età normanno-sveva per l'area presa in esame sono annullati dalla tragica sconfitta dell'ultimo esponente degli Hohenstaufen, Corradino di Svevia, per opera di Carlo I d'Angiò il 23 agosto del 1268 nei Piani Palentini presso il feudo di Ponte e Scurcola Marsicana. Ricordata con l'errato nome di “Battaglia di Tagliacozzo” per la citazione dantesca, il cruento scontro dei Piani Palentini portò gli Angioini francesi ad occupare il Regno di Sicilia scegliendo come capitale Napoli. Le ripercussioni sull'assetto dell'area furono notevoli: la sede comitale di Albe fu distrutta insieme al vicino castello di Pietraquaria, visto l'appoggio a Corradino; Celano fu tolta ai Conti di Celano eredi dei vecchi Conti dei Marsi. Solo i feudatari del Carseolano, Tagliacozzo e parte dei Piani Palentini, i De Pontibus, ebbero spazio di autonomia vista la loro neutralità nel conflitto. Sappiamo, infatti, che nel 1268, Andrea De Ponte, signore di una parte di Tagliacozzo ed altri feudi marsicani, ebbe da Carlo I d'Angiò la possibilità di poter ricavare tributi dalle terre possedute nel limitrofo Stato della Chiesa. Lo stesso avvenne per Oderisio De Ponte che, nel 1269, ottenne l'esenzione per Scurcola Marsicana (suo feudo) del pagamento degli Augustali, un tributo annuale che si doveva al re per le spese di guerra (Brogi 1900, 230).


La punizione per Albe fu tremenda, visto il vistoso e “rumoroso” apporto a Corradino, gran parte dell'abitato fu demolito come ben descritto da un cronista quasi coevo all'avvenimento, l'aquilano Antonio di Boezio, detto Buccio da Ranallo: « Quando quilli Todischi per campo se spaliaro / Lo re, non essendo in campo, sconficto se pensaro;/ Le laude de Corradino tutti quanti gridaro / Re Carlo quando seppero Albe fece guastare / Ca troppo foro presti, fecero ben pariare; / La ecclesia della Victoria in Marsi fece fare / Dellà dalle cappelle Francisci ce fece stare. » (DE Bartolomaeis 1907, an. 1252-1362, stanze 141-142).


La stessa sorte toccò, probabilmente, all'incastellamento di Pietraquaria come giustamente intuito dal Brogi nel 1889, visto l'abbandono dell'abitato e delle sue chiese durante la seconda metà del ‘200. Da un antico Censuale, databile probabilmente al termine del ‘200 ed inizio del secolo successivo, si afferma che il Capitolo di S. Bartolomeo aveva diritti sulle rendite della « Ecclesia S. Mariae de Petracquaria », questo a riprova che i suoi abitanti erano ormai inseriti stabilmente nell'abitato di Avezzano (Brogi 1889).


Anche Carlo I d'Angiò, dopo la vittoria, sosto nei pressi di Avezzano dal 25 agosto al 3 settembre del 1268, da dove compì i primi tre atti ufficiali del nuovo regno angioino di Sicilia e la famosa lettera inviata al papa Clemente IV la sera stessa della vittoria, in cui si fa esplicito riferimento alle condizioni di abitato aperto, villa, di Avezzano descritto durante la sua marcia di avvicinamento per i prati di Ovindoli, il lago Fucino, la villa di Avezzano, il colle vicino ad Albe ed i Piani Palentini: « de pratis Ovinuli secus lacus Fucini et villam Avezani » (Herde 1968, 75). Gli altri tre atti portano la data del 26 agosto, del 29 dello stesso mese ed infine del 1° settembre (Del Giudice 1869, II, 196-197).


La crescente villa di Avezzano andava quindi a modificarsi per assumere successivamente l'aspetto di un borgo accentrato, un castrum. È possibile che la vecchia torre dei Conti dei Marsi era stata, nel corso del Duecento, racchiusa da un piccolo recinto esterno assumendo l'aspetto di una torre-cintata, presupposto per la sua trasformazione nel tempo a castello vero e proprio. È possibile che dopo il 1269, l'abitato, in ambiti più ristretti della recinzione trecentesca del vecchio centro storico, sia stato collegato con la torre-cintata con la creazione di una recinzione di forma trapezia irregolare. Dall'esame delle piante ottocentesche d'Avezzano è possibile ipotizzare, vista la diversità dell'impianto urbano posto a meridione della Via Centrale, l'esistenza di una recinzione costituita: a settentrione, dall'asse delle vie Corso Umberto I e Centrale; ad oriente, da via Vezzia ed a meridione da quella dedicata a Marcantonio Colonna su cui si apriva l'unica porta di S. Bartolomeo. Il nucleo centrale era, naturalmente, costituito dalla collegiata di S. Bartolomeo con la sua antistante piazza.


Questo nuovo sviluppo urbano è segnalato anche dal miglioramento dell'apparato architettonico degli edifici ecclesistici, con l'iniziativa della scuola scultorea benedettina nel territorio avezzanese, con i bei portali romanici incorporati nella chiesa di S. Nicola, ed ora nel Museo Lapidario di Avezzano. Si tratta di portali della seconda metà del ‘200 provenienti, probabilmente, da una sola chiesa avezzanese e, nel Rinascimento, incorporati nella chiesuola di S. Nicola di Bari, « edificio di nessun interesse architettonico » a detta del Gavini, che era posta lungo l'attuale Via San Francesco. Il primo, di più raffinata fattura, è probabilmente quello dedicato alle donne, si presenta con la sua forma archivoltata, con piedritti laterali terminanti in capitelli floreali ed architrave decorato da un fregio di girali vegetali terminanti con due uccelli bezzicanti, fregio reso in maniera veristica. Il secondo, di dimensioni maggiori, tipico della “scuola marsicana” con le due lesene laterali scanalate e decorate, capitelli decorati a traforo su due ordini di foglie d'acanto. L'architrave presenta un fregio a grandi volute d'acanto portanti animali ed uomini. L'arco sovrastante è decorato da motivi a cassettonato con rosette e gigli di Francia, sulle formelle sporgenti sui fianchi, che permettono di datare il portale al periodo di Carlo I d'Angiò. Le affinità evidenti con il portale di S. Salvatore di Paterno e con il “Portale delle Donne” di Trasacco, portano il Gavini ad attribuirlo allo stesso maestro (Gavini 1927-28, I, 344-345).


Il citato Carlo I d'Angiò, il 5 ottobre del 1273 ad Alife in Terra di Lavoro (CE), con un diploma aveva diviso il Giustizierato svevo dell'Aprutium in due parti, « citra » ed « ultra » con il fiume Pescara e le catene montuose del Gran Sasso e la Maiella che dividevano l'Abruzzo adriatico (Citra) da quello montano (Ultra). La Marsica con Avezzano, Castelnuovo, Paterno e la terra di Penna erano compresi nello “Giustizierato oltre il fiume Pescara”, retto dal giustiziere Egidio di San Liceto: « Die Jovis, quinto mensis octuobris IIe Indictionis apud Alifam de Mandato domini Regis. Jstiticiariatus Aprucij Divisus est in duas partes. Videlice a flumine Piscarie ultra factus est Justitiarius Egidius de sancto Liceto miles, cuius commissio inferius denotatur, … Karolus dei Gratia Rex Sicilie et,… Egidio de Sancto Liceto militi …de fide et legalitate tua confusi te Justitiariatus Aprutij ultra flumen Piscariae, cum Aquila, Amatricio et Monte Regali… Nomina vero terrarum Justiciariatus ipsius sun hec videlicet: Ortona cum Carreto. Asclum. Sanctum Sebastianus. Speronasinum. Licium. Vicum. Castulum. Archipetra. Venere Civitas Marsie. Piscina cum casalis comites Acerrarum. Forchi. Turris Passarum. Agellum. Pazanum. Sanctus Petitus. Sancta Eugenia. Ovinolum. Rocca de Medio. Paternum. Castellum novum. Alba cum Capella. Avezzanum. la Penna. Lucis. Trasaque. Carcium cum villis. Toranum. Vallis Sorana. Civitas Antine. Castellum novum. Leonum. Balianum. Morreum. Rocca de Vivo. Rendinaria. Meta. Civitella. Castrum.Capranica. Pesclum Canale. Capistrellum et Califanum [leggi: Collefridium]. Moranum. Castrum de Flumine. Girofalcum. Curcumellum. Petra de Vernula. Cappadocium. Bonapanum [leggi: Marrunpanum]. Auricula. Rocca de Cerro. Intermontes. Altum Sancte Marie. Castellum vetus et Scanzanum. Sanctus Donatus. Tigularium [leggi: Tibularium]. Podium Sanctus Michael. Tallacocium [leggi: Talliacocium]. Maranum. ... Rocca de Cerro et Collis longus. Pontes. Sculcula cum casalibus. Tufum. Celle. Petra sicca. Podium Siginolfi. Berreche [leggi: Verrecle]… Civitas Carsoli. Rocca de Iabucco [leggi: Rocca de Bucte]. Pruncia. Piretum. Baurum [leggi: Varrum]. » (Faraglia 1892, 75-76).


Nel 1277 lo stesso angioino concesse ai suoi monaci cistercensi di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana la pesca, Jus Piscandi, su tutto il lago Fucino, un vasto territorio agrario intorno alla badia (la “Cardosa”) ed i proventi del passo o “baliva” di Civitella-Capistrello. Negli anni successivi i monaci cistercensi riuscirono ad avere possesso dei feudi di Corcumello, Gioia, Lecce, Vico, Templo, Montagnano, Corcumello e la pieve di S. Nicola di Cappelle, oltre ad altre numerose chiese, fondi e relativi diritti (Brogi 1900, 224).


In questi primi anni di dominio angioino del nuovo Regno di Napoli, la contea albense era retta da prima dai Tuzziaco o Dussiaco e poi infine dalla contessa Filippa, che la tenne dal 1252 al 1308. Con questa contessa abbiamo i primi seri conflitti fra i Conti di Albe con i monaci cistercensi di Scurcola, soprattutto per il loro Jus Piscandi su tutto il lago Fucino. La stessa Filippa, sul finire del ‘200, armato un galeone (una piccola nave) perseguitava i pescatori badiali per tutte le girate del Lago: solo dietro un duro intervento di Carlo II d'Angiò fu costretta a desistere dalla sua violenza e riconoscere il diritto dei monaci di pescare e di fidare « in lacu Fucini in basso, in alto et in ripis » (Brogi 1900, 254-255).


 



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