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Longobardi, Franchi e Conti dei Marsi

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Longobardi, Franchi e Conti dei Marsi
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1 - L'età Medievale - Longobardi, Franchi e Conti dei Marsi

L'inizio del medioevo è indubbiamente segnato per la Marsica dall'arrivo dei Longobardi nella provincia Valeria nel 571-574 con la definitiva conquista nel 591 ad opera di Ariulfo, secondo Duca di Spoleto. La conquista non fu uniforme e si prolungò per circa 20 anni « in un arco cronologico di una certa estensione, ma con conseguenze comunque devastanti sulla grande maggioranza dei centri urbani e degli abitati rurali ancora esistenti, sottoposti a saccheggi e distruzioni. » (Staffa 1993, 23). Sebbene esistesse un Ducato longobardo a Spoleto, il potere del suo duca non era dei più stabili sul territorio visto l'eccessivo dinamismo delle famiglie guerriere longobarde (fare) dell'Italia centrale che autonomamente decidevano le direttrici di conquista ed i loro insediamenti nelle aree conquistate.


La prova della pericolosità di quei tempi, dai Bizantini ai Longobardi, ed alla difficoltà del vivere negli insediamenti di pianura, è data dal ritrovamento di materiali di quest'epoca sulle alture una volta occupate dai centri fortificati dei Marsi: ceramica sigillata africana di VI secolo (tipo Hayes 87) sul centro fortificato di Milionia a Rivoli di Ortona dei Marsi, sull'altura di S. Vittorino di Celano e di una fibula in bronzo a forma di pavone di VI-VII sul Monte Secine di Aielli. Rinvenimenti che attestano il ritorno, a scopo difensivo, sulle alture fra il VI e VII da parte degli abitanti dei vici sottostanti di Caelum ed Agellum. Uomini che riutilizzano tombe d'età giulio-claudia per le loro inumazioni nel corso del VI-VII secolo, come attestato nella necropoli di “S. Agostino” di Aielli (Grossi 1998a, 27-28). Indizi della distruttiva conquista longobarda sono, probabilmente, riscontrabili nei Piani Palentini e nell'area di Vico, con la fine delle locali strutture fondiarie tardoantiche romane che terminano la loro vita agli inizi del VII secolo.


Del dramma della primitiva conquista della « Valeria provincia » da parte delle fare longobarde, abbiamo l'accorata e diretta descrizione del papa Gregorio Magno che evidenzia l'uccisione per impiccagione di due monaci nella Valeria e la crudele decapitazione di un “venerabile diacono” nella Marsica: « Alius quoque in Marsorum provincia vitae valde venerabilis diaconus fuit, quem inventum Langobardi tenuerunt; quorum unus educto gladio, caput eius ampotavit. Sed cum corpus eius in terram cadevit, ipse, qui hunc capite truncaverat, immundo spiritu correptus, ad pedes eius corruit, et quod amicum Dei occiderit, inimico Dei traditus ostentit. » (Gregorii Magni, IV, 262).


Da queste notizie si evidenzia la mancanza, per quel periodo, di vescovi nel territorio della Marsica, probabilmente fuggiti alle prime avvisaglie longobarde, ma soprattutto la presenza di monaci verosimilmente ancora addetti alla conversione dei gruppi pagani (goto-romani) che sopravvivevano nell'interno degli insediamenti rurali appenninici. Fra l'altro è significativo che dopo l'invasione longobarda non si abbia più notizia delle diocesi menzionate dalle fonti tardoantiche in Abruzzo, come Sulmo, Aufinum, Truentum ed Aufidena (Lanzoni 1927, I, 370-378). Vengono meno anche le diocesi marsicane, non citate dalle fonti, ma deducibili dalle ricerche archeologiche e dalla sopravvivenza altomedievale del termine civitas (Marruvio, Alba, Antino e Carsoli) di cui solo quella marruvina, di cui abbiamo documentazione nel VI e VII secolo, sopravvivrà con in nome di Civitas Marsicana e si espanderà fino a comprendere gran parte della Marsica medievale (Grossi 1998b, 3-5). Ben diversa sarà la sorte del vicino municipium di Marsi(s) Anxa, che essendo sede del santuario pagano più importante della Marsica subirà, probabilmente, le distruzioni cristiane nel corso del IV e V secolo. Rimane difficile, infatti, spiegarsi la mancanza del termine civitas per la sua area urbana nell'altomedioevo, mentre questo termine è presente in tutti i siti marsicani occupati dai municipi romani: Civitas Marsicana (ex Marruvium), Civitas Alba (ex Alba Fucens), Civitas Carseolana (ex Carseoli), Civitas Antena (ex Antinum) (Chron.Mon.Casin., I, 37, 104; IV, 19-20, 488; III, 61, 442). Quindi una dannatio memoriae a spese della città-santuario marsa che, con il nome di Lucus e la sua chiesa di S. Maria, riapparirà alla luce dei documenti storici solo nel corso del X secolo (Chron.Mon.Casin., II, 7, 182).


In passato, prima della conquista longobarda del VI secolo, è possibile che il municipium marso d'Antinum, come quello albense, sia stata sede di una primitiva diocesi cristiana dal IV-V secolo, vista la titolatura medievale di « Civitate Antena » (anno 1077: Chron.Mon.Casin., III 61, 20) e la sopravvivenza dell'abitato interno, nei limiti segnati dalle mura, sino al V-VI secolo con una contrazione notevole dal VII al X (Gargiani-Paterna 1992, 95-102; Staffa 1992, 139-140). Ancora nel 1183, con la bolla del Papa Lucio III, i confini della pieve di S. Stefano di Civita d'Antino comprendevano, oltre al territorio proprio della civitas con le sue numerose chiese, i territori di Morino, di Meta e di Rendinara a ricordo, forse, delle pertinenze della vecchia diocesi marsa della Valle Roveto, la cui sede episcopale doveva essere proprio « Sancti Stephani de civitate Antena » (Squilla 1960). È, quindi, possibile che la diocesi atinate non sia sopravvissuta all'invasione longobarda della Provincia Valeria della fine del VI secolo con la conseguente colonizzazione benedettina della Valle.


Agli inizi del VII secolo la Valeria, ormai pienamente longobarda, è inserita nel Ducato di Spoleto con la nascita nella Marsica di una gastaldia locale retta da un gastaldius Marsorun residente nella Civitas Marsicana (S. Benedetto dei Marsi) e nella « curte comitale » (sic.) di Apinianicum di Pescina, posta sotto il monastero benedettino di S. Maria, sede di una primitiva Fara longobarda testimoniata dai toponimi “Fiume della Fara” e “Morrone della Fara”. Nello stesso secolo, nel 608, un prete nativo dalla Marsica diventa papa col nome di Bonifacio IV: «Bonifatius natione Marsorum de civitate [leggi: provincia] Valeria» (Liber Pontificalis, I, 317). Alla metà del secolo i Longobardi si cristianizzano ed iniziano a costellare il territorio di chiese dedicate a S. Angelo, prevalentemente realizzate in grotta, di cui abbiamo numerose attestazioni in tutta la Marsica ed un culto ancora visibile nella Grotta di S. Angelo di Balsorano.


Pur tuttavia la conquista longobarda mette fine alle strutture amministrative romane ed anche alle primitive diocesi cristiane insediate negli ambiti municipali. Dei vecchi municipia d'Alba, Anxa, Marrubio ed Antino non rimane traccia alcuna come ben descritto dallo storico longobardo Paolo Diacono, vissuto nel 720-799: « Porro tertia decima Valeria, …, Haec habet urbes Tiburim, Carsiolis et Reate, Furconam, et Amiternum regionemque Marsorum et eorum lacum qui Fucinus appellatur.»; trad. ital. = « La tredicesima regione è la Valeria, ...., Le sue città più importanti sono Tivoli, Carsoli, Rieti, Forcona e Amiterno; vi si trova pure il territorio dei Marsi con il Lago Fucino » (Hist.Long., II, 20). Dalle prime notizie dell'area fucense in tarda età longobarda e prima età franca sappiamo che i fundi e vici documentati in piena età imperiale romana sono in gran parte riutilizzati dalle ecclesie, celle, casalia, villae e curtes. Nel 761 abbiamo la prima notizia, in un documento di Farfa, di un gastaldo longobardo dei Marsi: « Gaiderisius vir magnificus gastaldius » (Reg.Farf., II, n. 43, 50). Del lungo periodo di occupazione longobarda del territorio preso in esame non sono, allo stato attuale delle ricerche, attestate presenze dirette di tipo archeologico, ma sono però segnalate dalla presenza del culto di S. Angelo ad Avezzano ancora nel secolo XIV nella località “Fonte-Muscino”(Sella 1936, 21, n. 374), culto specifico del mondo longobardo cristianizzato che vedeva nell'Angelo sterminatore la figura cultuale dell'Arimanno, il guerriero longobardo.


La seconda metà dell'VIII secolo vede la fine del governo longobardo della Marsia: infatti, nel 774 la gastaldia dei Marsi « in finibus Spoletii » è conquistata da Carlo Magno e nuovamente inserita nell'ormai franco-longobardo Ducato di Spoleto, ma il potere locale continua ad essere dominato da funzionari longobardi, come risulta dalla citazione di duchi di Spoleto dal nome longobardo ed ancora, nell'879, dell'importante funzionario longobardo (« sculdahis ») Garibaldo, abitante con la moglie Scamberga nella Civitas Marsicana, costretto in quell'anno a cedere le sue proprietà al celebre monastero di S. Clemente a Casauria, fra cui quelle di Paterno (Chron.Mon.Casaur., 112r-112v).


Grande importanza avrà la Marsica ed il territorio preso in esame, nel quadro dei numerosi conflitti che vedranno, di volta in volta, lo scontro fra Longobardi e Franchi, fra Normanni e Conti dei Marsi, fra Svevi ed Angioini, ecc. La vicina Valle Roveto assume il ruolo di fondamentale importanza strategica, perché a Sora passava il confine, variabile, fra i ducati longobardi di Spoleto e Benevento e la stessa zona era interessata dalle scorrerie dei Saraceni. A tal proposito si possono ricordare gli importanti avvenimenti bellici del IX e X secolo che interessarono la valle Roveto e, sicuramente, l'area avezzanese con i soliti strascichi di lutto e terrore: il passaggio nei Piani Palentini e Val Roveto dell'esercito imperiale di Ludovico II diretto a Montecassino nel 866 per sventare la minaccia saracena, quando per Sora entrò sui limiti settentrionali del ducato beneventano « Beneventani fines per Soram ingreditur » (Erch., c. 32, 244); nel 880 con il passaggio per la Val Roveto, Piani Palentini ed area avezzanese degli Agareni (Saraceni) provenienti dalle basi sulla foce del Liri-Garigliano, che raggiunsero il Fucino, distrussero il monastero celanese di S. Vittorino in Telle di Celano (Ugo e Lotario, 173, 8) e depredarono il celebre monastero di S. Maria in Apinianico di Pescina, uccidendo tutti i monaci ed incendiando lo stesso monastero (Chron.Vult., I, 369, 20); nel 937 con l'invasione della Marsica da parte di una banda di predoni Ungari che, dopo aver devastato il circondario di Capua, tramite la Val Roveto, raggiunsero il Fucino dove furono sconfitti e messi in fuga, probabilmente vicino Forca Caruso, dalle truppe congiunte dei Marsi e Peligni (Chron.Mon.Casin., I, 55, 140-141).


Con la conquista franca del Ducato di Spoleto, iniziano le prime testimonianze sulle chiese e monasteri benedettini del territorio avezzanese.


La prima notizia che c'è pervenuta sull'area avezzanese nell'alto medioevo, è degli inizi del periodo franco-longobardo, dell'anno 782 quando il duca di Spoleto Ildebrando concesse a Montecassino l'importante curtis longobarda di Paterno con ben 500 moggi di terra (circa 250 ettari) e le relative famiglie insediate nella corte, oltre ai pescatori del lago Fucino con il suo porto dell'Adrestina (ora “Sorgenti della Restina” a Venere di Pescina) e il vicino “gualdo” (terreno boscoso) di Cusano: « In comitato vero Marsorum, loco Paternus vocatur, curtem quingentorum modiorum, simul et familias multas cum omnibus substantiis earum, necton et aliquot piscatores in lacu Fucino cum portu ipsius lacus vocabolo Adrestina, sed et qualdum suum nomine Cusanum. » (Chron.Mon.Casin., I, 14, 50). Per questa importante corte longobarda è da supporre che essa si sia sovrapposta ad una villa e proprietà tardo-antica del territorio albense appartenuta ad un Paternus, da cui probabilmente il termine di fundus Paternianus.


La derivazione della curtis di Paterno da un prediale appare rafforzata dalla citazione della chiesa di S. Maria in Paterniano in un documento redatto nel secolo XI, ma relativo alle famiglie che il monastero benedettino di Farfa in Sabina possedeva nel territorio marsicano al tempo del duca di Spoleto Guinigio che fu al potere dal 789 all'822 (Chron.Farf., I, 258, nota 1). In questo importante documento sono elencate le famiglie farfensi dell'attuale territorio di Paterno a confine con Celano e vi appaiono anche i nomi prediali di Secunzano e Porciano, derivati anch'essi dai fundi tardo-antichi, controllati dai Gotefridi e Guerrani: « Sancta Maria in Paterniano quam tenet filius Gotefridi. In Segunzano et in Porciano ecclesia Sancti Adriani cum suis pertinensis, quam tenet filius Guerrani per scriptum. » (Reg.Farf., V, doc. 1280, 263-264, 274-275). La stessa chiesa viene citata nuovamente nell' anno 818 (18 Marzo), insieme al vicino porto di Maurino (a Caruscino?) nella conferma dell'imperatore Ludovico il Pio all'Abate cassinese Theodomar, dei beni e degli edifici di culto dipendenti da Montecassino: « in comitatu Marsorum cella …, Sancte Marie ad Paternum,…, Sancti Benedicti et sancte [Marie] in Maurinu cum porto suo, » (Cuozzo-Martin 1991, 115-210).


Della chiesa di S. Maria di Paterno non abbiamo la sicura ubicazione, era forse vicino a Porciano (preso S. Maria Casa-nuova?). Per S. Adriano, detto in località « Placidisci » nei documenti farfensi, conosciamo la localizzazione nell'area dell'attuale Cimitero di Paterno. D'altra parte gli interessi verso questa grande curtis, contesa fra S. Angelo in Barregio, Montecassino e Farfa, sono evidenziati dai possessi in Paterno nella seconda metà del IX secolo: dell'importante funzionario longobardo, lo « sculdahis » Garibaldo, abitante nella Civitas Marsicana, costretto nell'879 a cedere le sue proprietà, fra cui quelle di Paterno, al celebre monastero di S. Clemente a Casauria (Chron.Mon.Casaur., 112r-112v); del figlio del Conte dei Marsi Rainaldo che nell'857-858 teneva a livello alcune proprietà « in Paterno » (Chron.Farf., I, 250). Intorno alla metà del X secolo conosciamo un abitante di Paterno « Apici in Paterno » che in quegli anni lasciava in eredità le sue proprietà dell'area a S. Maria di Luco, probabilmente a Secunzano (vd. oltre).


Nel territorio di Paterno era anche una cella monastica dipendente dal monastero sangritano di S. Angelo in Barregio « sanctum Gregorium in Paterno » di cui abbiamo menzione nell'873 nella conferma di Ludovico II (vd. oltre), ma era già presente nel Diploma di conferma di Carlo Magno del 787. Passata nel X secolo fra i possessi di Montecassino, nell'ottobre del 1024 un certo Rocconi l'ebbe a livello, con i suoi pescatori, dall'abate Teobaldo di Montecassino con l'obbligo di pagare annualmente sessanta “solidi” e ottocento pesci: « Fecit pretérea per hos dies idem abbas libellum de sancto Gregorio de Paterno in comitatu Marsicano Rocconi quidam, cum omnibus pertinentiis ipsius, pro solidis LX et censu annuali piscibus octingentis. ». (Chron.Mon.Casin., II, 55, 273-274). Se ne ha l'ultima menzione, come chiesa monastica, nel diploma imperiale di conferma a Montecassino di Lotario III di Suplimburgo del 1137 (Pietrantonio 1988, n. 10, 87).


Fra Paterno ed Avezzano (forse sotto S. Pelino) era anche la chiesa di S. Gregorio in Serviliano anch'essa sovrapposta su un precedente fundus romano appartenuto ad un Servilius, di cui abbiamo notizia nel novembre dell'899 con il livello concesso da Montecassino a Gotfrido della stessa chiesa con i suoi servi, uomini e donne in cambio di una certa quantità vino e cento pesci nel mese d'ottobre d'ogni anno: « Fecit etiam libellum Gotgrido quidam Marsicano de ecclesia sancti Gregorii in Serviliano cum servis et ancillis et omnibus pertinensiis eius in eodem comitatu Marsorum, pro quo annualiter recipiebat censum tritici modios XV totidemque de vino et pisces centum in mense Octobri.» (Chron.Mon.Casin., I, 47-48, 126-128). Che questa chiesa fosse vicina ad Avezzano sulle rive del Fucino è dimostrato dalla sua citazione cassinese del maggio del 1007 in cui viene dal gastaldo marso Otteramo concessa, insieme a S. Clemente in Avezzano, in cambio di un pagamento di trecento solidi e cento pesci: « Idem fecit et Otturano gastaldo Marsorum de sancto Clemente in Avezzano pro solidis triginta et censu staminearum quinque. Item de sancto Gregorio de Serviliano pro solidis triginta et censu pisces C. Item de eodem censum piscium quadringentorum. » (Chron.Mon.Casin., II, 26, 215).


Per quando riguarda la chiesa di S. Clemente in Avezzano, credo che sia riconoscibile nell'area della località di “Pantano”, dove successivamente sorse la pieve di S. Bartolomeo: infatti, dopo il terremoto del 1915 fra le macerie della parrocchiale avezzanese fu rinvenuto un pilastrino di pietra calcarea decorato a nastri a duplice solco intrecciati, databile al IX secolo e parte dell'iconostasi del recinto presbiterale. Il Gavini attribuì il pezzo alla chiesa monastica di S. Salvatore di Avezzano (Gavini 1927-28, I, 13), ma recenti studi permettono di escludere questa ipotesi, perché questa chiesa, come vedremo, era in altro luogo, nella località “Fonte-Muscino” (Mastroddi 1999, 17-18).


L'alto medioevo è documentato nell'area avezzanese, oltre le chiese monastiche già citate poste fra Avezzano e Paterno, da altri insediamenti monastici appartenenti a S. Angelo in Barregio, a Montecassino ed a S. Vincenzo al Volturno posti fra Avezzano e Luco dei Marsi, sui resti dell'Emissario romano (« ad Formas ») e del vicus di “Arrio”.


Il primo documento è dell'anno 873, con la conferma dell'imperatore tedesco Ludovico II a S. Angelo in Barregio (Villetta Barrea) dei possessi del monastero già confermati da Carlo Magno e Lotario. Fra questi compaiono le chiese di S. Gregorio in Paterno, S. Salvatore in Avezzano e S. Antino alle Forme posta sul versante palentino dei cunicoli maggiori dell'Emissario romano di Claudio: « Videlicet in Marsia cellam…; sanctum Gregorium in Paterno;…; Sancti Salvatoris in Avezzano; sancti Antimi ad Formas; » (Chron.Mon.Casin., I, 37, 104). Di S. Salvatore in Avezzano e S. Antimo alle Forme (ora detto “in Vico”) abbiamo successiva notizia nel settembre del 981/2, quando, dopo la presa di possesso dei beni di S. Angelo in Barregio da parte dell'Abbazia di Montecassino, sono date dall'abate cassinese, insieme con altre chiese marsicane, ad un certo Aimerado in cambio di chiese e terre nel comitato Teatino (Chieti): « Hic idem abbas dedit in concambium Aimerado cuidam de territorio Marsicano ecclesias et terras huic monasterio pertinentes ibidem, idest ecclesiam sanctae Mariae in Montorone, sancti Abundii in Arcu, sanctae Mariae in Oretino, sancti Salvatoris in Avezzano, et sancti Antini in Vicu, et recepit ab eo in comitatu Teatino ecclesiam sancti Heliae et sancti Viti, cum quinque milibus modiis de terra. » (Chron. Mon. Casin., II, 6, 178).


Sono queste le prime notizie sulla chiesa avezzanese di S. Salvatore in Avezzano o « apud Avezzano », ubicabile nell'attuale località “Fonte-Muscino” verso Caruscino, sopra gli importanti insediamenti preistorici dell'età dei Metalli (Del Bove Orlandi 1999, 6). Di essa abbiamo notizie già dal 781 e pare che se né possa far risalire la fondazione entro il secolo VII. È compresa nei diplomi imperiali di Carlo Magno del 787, di Ottone III del 998 e Lotario III di Suplimburgo del 1137 (Pietrantonio 1988, n. 13, 89-90).


Nel frattempo una famiglia franca provenzale creava le premesse per la nascita di un potere comitale nella Marsica, i famosi “Conti dei Marsi” che domineranno l'area dal X al XII secolo. Fu, infatti, nel 926 con la discesa in Italia di Ugo d'Arles per cingere la corona, che arrivarono con lui in Marsia i conti Attone burgundo e suo zio materno il provenzale Berardo detto il Francisco, che ottennero insieme l'investitura comitale del “paese dei Marsi”, termine che ancora designava l'Abruzzo nella quasi totalità. Il burgundo Attone ebbe i comitati Pennese e Teatino, mentre il franco Berardo ebbe quelli Marsicano, Reatino, Amiternino, Furconese e Valvensi: « Cum hoc Ugóne venit Italiam Azzo comes Burgundie, avunculus Berardi illius, qui cognominatus Franciscus, a quo videlicet Marsorum comites procreati sunt.» (Chron.Mon.Casin, I, 61, 153-154). Da questo “Berardo il Francisco” risiedente a Rieti con la longobarda moglie Doda, avrà origine la stirpe dei Conti dei Marsi detti “Berardi” da cui sul finire del X secolo nascerà il ramo marsicano (Sennis 1994).


In base alle donazioni di Doda e del figlio, il Conte dei Marsi Rainaldo II, i monaci di Montecassino arrivarono a Luco dei Marsi, nell'area avezzanese e nei Piani Palentini con l'edificazione del monastero di Sanctae Mariae de Luco, diventato poi sede della più prestigiosa prepositura cassinese della Marsica da cui dipesero ben 29 chiese e monasteri della Marsica. Dalla nuova concessione a livello al famoso abate di Montecassino Aligerno, di Rainaldo II, databile fra il 970 e il 985, abbiamo i possessi della prepositura luchese in cui sono comprese le chiese del territorio avezzanese di S. Lorenzo in Vico, S. Ambrogio in Secunzano e il monastero di S. Maria di Cese: viene inoltre ricordata la precedente donazione (950 circa) della madre Doda per opera del monaco-sacerdote Gualtiero con le concessioni di circa 300 ettari di terre e le donate eredità di Pietro Mainone in Auretino (Celano), di Apico in Paterno e Bettone Rattruda in Avezzano: « Hic abbas fecit libellum de monasterio sancte Marie de Luco Rainaldo comiti Marsorum, secundum illas scilicet pertinentias atque fines, quibus Gualtierus sacerdos et monachus tandem ecclesiam a Doda comitissa sibi concessam in hoc monasterio ante annos ferme vigenti tradiderat, quod est terra modiorum circiter sexcentorum. Quod videlicet sancte Marie monasterium diversis postmodum ac multiplicibus longe lateque ecclesiis seu possessionibus a nonnullis fidelibus est ditatum, de quibus hic ea, que investigare potuimus, congruum scrivere duximus: Ecclesia …, sancti Laurentii in Vico,…, Sancti Ambrossii in Secunzano, monasterium sancte Marie in Cesis, …Omnes iste ecclesie cum universis possesionibus ac pertinentiis earum mobilibus et immobilus predicto monasterio antiquitus pertinuerant. In super et hereditas Petri Mainonis in Auritino magna et bona et hereditas Apici in Paterno nec non et hereditas Bettonis Rattrude in Avezzano. » (Chron.Mon.Casin., II, 7-8, 182-183).


Le eredità dell'avezzanese Bettone Rattruda dovevano essere quelle del piano di Vico, dove gli stessi cassinesi edificarono la chiesa di S. Lorenzo che solo nel XVI secolo passò fra i possessi della Diocesi dei Marsi. I resti della chiesa erano, fino ad un trentennio fa, visibili nella località “Vico” o “Arrio”, all'imbocco della salita della strada medievale del Salviano che metteva in comunicazione Avezzano con Capistrello, al termine di uno dei decumani della centuriazione albense, ora una retta stradina campestre detta Via S. Lorenzo che in passato metteva in comunicazione la stessa chiesa con la vicina S. Maria in Vico e con gli approdi fucensi di “Trara” (De Cristofaro 1999). Del monastero di S. Maria in Cese, forse fondato dopo il 630, sappiamo che è menzionato nella lettera di Guglielmo all'abate Desiderio tra il 1066/67 e il 1073 ed è presente nel generale privilegio per l'abbazia cassinese di Papa Anastasio IV del 1153/54 con il nome « in Palentino S. Marie in Cesis »: ricompare, inoltre, nel diploma imperiale di Lotario III di Suplimburgo del 1137. Lo stesso monastero nel ‘200 edificò un piccolo cenobio dipendente sul colle di S. Pietro di Corcumello (Corsignani 1738, II, 238). Rimase nelle mani della prepositura luchese fino al 1299, anno in cui fu soppresso (Pietrantonio 1988, n. 12, 88-89). Nel 1249 la chiesa, e non il monastero, era nelle mani di un rettore della Diocesi dei Marsi come si evince da una lettera del Papa Innocenzo IV. Delle sue strutture originali rimane ben poco, dopo le distruzioni causate dai terremoti settecenteschi e del 1915, ad esclusione del sito occupato dall'attuale chiesa e pochi frammenti scultorei recentemente riproposti all'attenzione degli studiosi (Di Domenico 1993).


Altre proprietà monastiche, nel territorio avezzanese, appartenevano ai monaci di S. Vincenzo al Volturno (IS) nel 984 ed erano situate sulla montagna dell'attuale Salviano, sopra la Valle Fredda a nord-ovest del tracciato dell'Emissario di Claudio, ai limiti della « serra di S. Donato » citata come confine meridionale dei possessi volturnensi di Vico e Marciano d'Avezzano ceduti in quegli anni dal nobile Mattefredo, figlio di Lupone: « in territorio marsicano, in locus ubi Vicus vocatur; et in locus qui vocatur Marcianu; et sunt ipse rebus infra finibus; fine serra Sancti Donati; et fine ipsa Pettila; et fine aqua de Fucinu; et fine Cesulinu; et fine Rivo Foraneo.» (Chron.Vult., II, 285). La Serra di S. Donato e la sottostante Valle Fredda di Capistrello erano proprietà dei monaci cassinesi di Luco che s'inoltravano con i loro possessi fino a Cese ed Avezzano con la chiesa di S. Lorenzo in Vico, sul versante fucense, ed il monastero dipendente di S. Maria di Cese, sul versante palentino. Da notare in questo documento, la sopravvivenza del termine prediale di Marciano relativo alla presenza il loco di una villa romana, testimoniata dalle iscrizioni funerarie dei proprietari e dei loro liberti. Vi compaiono inoltre i termini esatti delle montagne, la “serra di S. Donato” posta sopra l'Emissario romano, una “Pettila” di cui non conosciamo l'ubicazione, il colle di “Cesolino” ed infine il “Rio Foraneo”, probabilmente riconoscibile nel fosso del “Vallone di Peschio Cervaro” a S. Pelino.


Nel frattempo il 6 marzo del 1017, Pontio con il figlio Berardo rinunciavano, a favore di Montecassino, a tutte le loro pertinenze marsicane che avevano in Opi e Peraccle, che in passato erano appartenute al monastero di S. Angelo in Barregio: « Hic etiam Pontius unacum Berardo filio manifestaverunt et renuntiaverunt nobis in placido Marsorum comitum totam pertinentiam de Opi et Peraccle in territorio Marsicano, que olim videlicet Barregensi monasterio pertinuerat. » (Chron.Mon.Casin., II, 31, 225). Credo che nel Peraccle sia riconoscibile la località avezzanese di Perrate, l'attuale “Scalzagallo”, come giustamente aveva visto il Di Pietro nell'800 (Di Pietro 1869, 172). Nello stesso anno, il 10 maggio 1017, abbiamo il ricordo di una proprietà terriera di circa 50 ettari (una “vicenna”: terreno sottoposto a cultura ed a pascolo) ad Avezzano appartenente al monastero e prepositura cassinese, di S. Benedetto della Città Marsicana o “nel pago dei Marsi”, allora tenuto dall'abate Azzo: « Erat tunc predictus Azzo prepositus monasterii sancti Benedicti in pago Marsorum, quod videlicet monasterium eo tempore tam cellis quam fundis ac prediis atque colonis diversis per Marsiam loci copiose ditatus erat. De quibus hic quondam ad id loci venimus, alquanta perstringimus: cellam…; vicenda in Avezzano modiorum centum; » (Chron.Mon.Casin., II, 34, 232).


A metà dell'XI secolo, nell'ottobre del 1049, abbiamo notizia delle rese piscatorie di S. Salvatore di Avezzano, con la concessione a livello della stessa chiesa da parte dell'abate cassinese al Conte dei Marsi Berardo III con l'obbligo di pagare annualmente 300 pesci : « Hic abbas fecit libellum Berardo comiti Marsorum de sancto Salvatore in Avezzano pro censu CCCorum piscium. » (Chron.Mon.Casin., II, 65, 296).


Nel settembre 1072, una nuova donazione a Montecassino accresce la vicina prepositura luchese con la cessione da parte di “nobili marsicani” del castello di Meta posto nella Valle Roveto, della chiesa di S. Padre del luogo che è detto Forme, la chiesa di S. Donato posta sopra le stesse Forme, i possessi e gli uomini dipendenti della stessa località e della vicina Valle Fredda: « et ecclesia sancti Patris in loco, ubi Forme vocantur, et ecclesia sancti Donati supra ipsas Formas cum omnibus, que ad easdem ecclesias pertinent, insuper et universis, que ad prefatos nobiles iure hereditario pertinebant tam in ipsius Formis quam et in Valle frigida.» (Chron.Mon.Casin., III, 39, 416).


Le località sopra citate, sono riconoscibili nella discenderia maggiore dell'Emissario romano del Fucino del Nucleo Industriale d'Avezzano (“S. Padre”), nel territorio posto fra S. Agnese di Capistrello, l'Emissario d'Avezzano e l'inghiottitoio carsico della Petogna di Luco (“alle Forme”), nella sovrastante montagna dell'Emissario, sul valico a quota 927 (“S. Donato”) e nella sottostante “Valle Fredda” di Capistrello, posta all'imbocco del Piano del Termine al confine con Luco. Nel XIII secolo l'area descritta, che prendeva il nome dai condotti discendenti dell'Emissario romano, cambiò il toponimo di « ad Formas » assumendo quello di Penna dal nome basso medievale della distrutta città marsa d'Angitia-Anxa (Grossi 1995b, 30, 38-39; Idem, 1999, 38-39). Poco dopo la Valle Fredda, i benedettini di Luco edificarono, forse sul finire del XII secolo, la chiesa di S. Agnese di cui si ha testimonianza nelle decime vaticane del 1324 riguardante le chiese inserite nel feudo di Capistrello: « 828. Ecclesia S. Agnetis, cappella S. Marie de Luco.» (Sella 1936, 49); attualmente il solo toponimo indica il luogo dove sorgeva la chiesa, sotto il Casale Tasconi-Luciani. Nelle vicinanze, vicino una sorgente prossima alla discenderia palentina dell'emissario romano del Fucino (forse sopra la località “Corniale”, alla base della montagna, ex “serra di S. Donato”), era la chiesa di S. Antimo alle Forme il cui toponimo “Fonte di S. Antimo” era ancora conservato nel 1811, come documentato dal ritrovamento nella località dell'iscrizione funeraria di Pacidia.N(umerii)f(ilia), citata nel manoscritto del Vescovo dei Marsi Rossi nella Biblioteca Vaticana (Collezione Ferraioli, 513).


Dell'importante chiesa del S. Padre, « S. Patris pertinentiarum Pennae » cosi citata dal Gattola per ‘700 (Gattola 1733, 350), rimasta nelle mani della prepositura luchese fino al ‘500, non abbiamo attualmente che pochi resti all'imbocco del restaurato Cunicolo Maggiore dell'Incile. Nel 1979 l'area fu soggetta a lavori di scavo che riportarono alla luce frammenti di affreschi medievali e sepolture sottopavimentali altomedievali delimitate da tegole antiche messe di taglio. L'ultima testimonianza della chiesa è quella seicentesca del Febonio che la definisce « Grotta Santo Patre », descrive l'altare al Dio Padre con superiore affresco dedicato alla SS. Trinità e sottostante lastra funeraria con l'iscrizione del procuratore imperiale Nobile (CIL IX, n. 3886). Qui lo storico avezzanese, leggendo male l'iscrizione latina (Nobilis progenies hic tumulatus est, invece di Nobilis procurator Augusti hic humatus est), descrive la storiella popolare che voleva in quella iscrizione il ricordo della tumulazione nel luogo di un aborto di Agrippina; abordo provocato dal forte scuotimento del palco imperiale, causato dall'ingresso violento e dannoso delle acque alla testata dell'Incile, durante la prima inaugurazione del 52 d.C. (Letta 1988b, 111, nota 2). Ma ciò che particolarmente interessa è la descrizione di un raro rito “lattario” che il prelato avezzanese documenta sulla stessa discenderia: trad. ital. = « Quando da quel luogo si discende per un breve tratto, si incontra sulla sinistra un'esile sorgente che scaturisce da un cavo di una roccia; ad essa, per antica consuetudine, ricorrono le donne che hanno partorito, ma che non hanno latte, affinché il flusso riprenda abbondante. Cercano con la mano sul fondo della sorgente e, se ciò che vi trovano portano con loro, credono di possedere il potere di rendere fecondo il seno; così anche se gettano un loro oggetto nella sorgente. Questa credenza non deriva soltanto da un inutile culto ma anche da un sentimento di devozione e di rispetto verso i Santi Padri. Si racconta che, ai tempi in cui erano costretti a nascondersi in questo luogo, erano soliti dissetarsi con l'acqua di quella sorgente. » (Phoebonius 1668, II, 92). Si tratta ovviamente di un rito d'origini ben più antiche di quello sospettato dal Febonio e non è improbabile che in età italica e romana lo stesso rituale si svolgesse nella stanza interna della vicina Grotta di Ciccio Felice con la sua sorgente cosparsa di ex voto.


A metà del secolo XI il territorio di Avezzano era sicuramente inserito nella Diocesi dei Marsi, anche se continuavano ad esistere presenze benedettine nel suo interno, come si evince dalla bolla del Papa Stefano IX inviata nel 1057 al Vescovo dei Marsi Pandolfo della famiglia comitale dei Marsi, in cui si conferma al vescovo tutto il territorio marsicano dal Carseolano all'alta valle del Sangro, compreso Capistrello e a tutta la valle di Nerfa: « ... tam in Castro di Tupho, & Scalellis, quam [in Celle], & alto Sanctae Mariae, & Civitella, & Pomperano, usque ad Capistrellum, & in tota valle Nerfacenda.» (Phoebonius 1668, II, Catalogus Mars. Episc., 7).


In precedenza il Tagliacozzano e la Valle di Nerfa, erano entrate negli interessi del Conte dei Marsi Oderisio II che, a metà dell'XI secolo, creò una diocesi carseolana con a capo suo figlio Attone e cattedrale nella diruta civitas Carseolana con la chiesa di Sanctae Mariae in Carseolo. Quest'ultima diocesi, durata dal 1050 al 1056, comprendeva un territorio che andava da Pomperano (Poggio Filippo di Tagliacozzo: il castrum residenza dello stesso Oderisio II) ad Oricola, verso nord, e Valle di Nerfa e Capistrello, verso sud (Sennis 1994, 54). La manovra d'Oderisio II rientrava nel clima di conflittualità fra i figli di Berardo I per il controllo della Diocesi dei Marsi dopo la fine dei Vescovi dei Marsi, loro parenti, Alberico e del figlio Guinigio; stato di conflitto evidenziato quando anche la parte terminale della marsa Valle Roveto (la « Vallis Sorana ») incominciò ad entrare negli interessi della vicina diocesi sorana, nonostante la forte presenza benedettina, grazie alla politica del conte Baldovino « comes de Valle Sorana ».


A tale volontà d'Oderisio II di creare una nuova Diocesi marsicana, cercò di opporsi il titolare reale della diocesi e successore di Quinigio, Pandolfo, figlio di Berardo II e residente nel « castrum de Oretino » (Monte Tino di Celano), ma in origine il legame fra Oderisio II e il giovane Benedetto IX (Theophilato figlio d'Alberico, conte di Tuscolo) dovette favorire la nascita della nuova diocesi carseolana. Solo dopo Leone IX (successore di Teofilato), con il papa Vittore II si arrivò, nel Concilio Generale della Basilica Costantiniana del 18 aprile del 1057, a riconoscere in Pandolfo l'unico titolare della Diocesi dei Marsi, mentre Attone (o Azzo) fu trasferito come vescovo nella diocesi Teatina (Chieti). La precoce morte del papa non permise la trascrizione delle decisioni conciliari, che furono eseguite dal successore Stefano IX con una bolla inviata al Vescovo dei Marsi il 9 dicembre del 1057: in essa si afferma in modo deciso che la sede diocesana, retta dal solo Pandolfo, è la « Ecclesia Sanctae Sabinae antiquae Civitatis Marsorum » con i suoi possessi, dipendenze, privilegi e comprendente nuovamente il territorio dell'ex diocesi Carseolana con S. Maria di Carsoli (Oricola), il Castro di Tufo e Scalelle, [Celle], Sante Marie, Civitella (= Tagliacozzo), Pomperano, Capistrello e tutta la valle di Nerfa. Con questa bolla, che abbiamo già descritto, le dimensioni della diocesi, di “ una estensione di 50 miglia per 15 ” come scriveranno i Vescovi marsicani fino a tutto il secolo XIX nelle loro numerose Relazioni « ad limina » (Melchiorre 1986, 138), sono ormai aderenti alla coeva Contea dei Marsi dei figli di Berardo I escluso i possessi monastici cassinesi fucensi e della Valle Roveto.


Il periodo in cui Pandolfo è Vescovo dei Marsi è cruciale per la crescente Dioecesis Marsorum, date le prime avvisaglie della conquista normanna del comitato dei Marsi, iniziata nel 1076 alle porte della Valle Roveto (Val Comino e Sora) con la formale resa, “omaggio”, di Berardo III a Giordano, figlio di Riccardo Principe di Capua (Amato, c. XXXIII, 330-332). In questi anni i Normanni raggiungono la Valle Roveto dalla porta di Sora lungo l'antica via che, a partire dall'età longobarda, era ancora detta “Marsicana” come risulta dalla donazione di S. Donato Val di Comino al monastero benedettino di S. Vincenzo al Volturno, da parte del duca di Spoleto Ildebrando, nel 778: « via antiqua, que dicitur Marsicana » (Chron.Vult., I, 30, 244).


Quest'incombente pericolo d'annessione da parte dei Normanni, allarmò gli esponenti della contea marsicana che iniziarono a donare le loro proprietà a Montecassino ed a creare delle proprie fondazioni cultuali (delle vere e proprie chiese feudali), al fine di salvarle dalla possibile conquista normanna. In quest'ottica abbiamo la donazione ai monaci di Farfa fatta nel 1061 dal Conte dei Marsi Berardo III, della chiesa della SS. Trinità di Avezzano con tutte le sue pertinenze, cento moggia di terra (circa 50 ettari) e tre moggia di vigna (circa 1,5 ettari): « Item, Berardus comes filius Berardi comites concessit in hoc monasterio ecclesiam Sanctae Trinitatis in Avezano, et .C. modia terrae iuxta Fucinum, et vineam modiorum trium. » (Chron.Farf., II, 148, 19). In questo documento, che riportiamo per intero nella sua stesura originale del Regesto di Farfa nell'Appendice (Doc. I), Berardo III si definisce abitatore in Auretino, in territorio di Celano, insieme al fratello, Vescovo dei Marsi, Pandolfo che, come vedremo entrerà in conflitto con Berardo per la sua politica filo-normanna. Le terre e le vigne donate erano comprese fra le rive del lago Fucino, il feudo di Paterno e quello di Ponte, il monte Magnola ed il feudo di Capistrello: « Finis aqua de Fucino, et finis Paternum, et finibus Ponti, et finis Maniola, et finis Capistrellum. »; il documento, redatto dal notaio Milone, è firmato dallo stesso Berardo III, da Sigenolfo, Berardo e Giovanni, suoi probabili parenti e dai « bonus homines », esponenti della nascente nobiltà locale (Reg.Farf., IV, doc. 919).


Con la donazione a Montecassino del novembre 1070 dello stesso Berardo III, della Rocca e del Monastero di S. Maria di Luco con le sue pertinenze, si pongono realmente le basi per l'ampia enclave territoriale cassinese marsicana esente dal locale controllo vescovile. È proprio in questa donazione che sono evidenziati i confini fra Luco, Capistrello ed Avezzano: « …, monasterium sanctae dei Genitrici et Verginis Mariae que dicitur Lucus, cum ipsa Rocca quae supra ipsum monasterium videtur. ... una parte habet finem aquam de Fucino et ascendit per ipsam Pignam et vadit in Spinazzolam et ascendit in montem dicitur Termine, …» (Chron.Mon.Casin., III, 17, 383; Reg.Mon.Casin., II, n.28). Dei toponimi citati, parte sono ormai quasi del tutto scomparsi, ma i ricordi orali delle persone anziane, i documenti archivistici ed una pianta del 1752 dell'Archivio di Stato di L'Aquila (ASA, 3), permettono di ricostruire il confine: dall'imbocco dell'Incile claudiano fino all'attuale altura, quota 955, ad ovest del Colle dei Ciarlotti (per Pigna è da intendere un cippo di confine romano) per poi proseguire per la località detta ora “Cunicella”, lungo il “Piano del Termine” (Spinazzola), ed ascendere, per il Vallone di Sambuco, all'altura detta “Tritermini” di Cima Prato Santo (ex “Colle Raso” = mons Terminus). Sono questi i limiti definitivi delle proprietà della chiesa luchese verso Avezzano e Capistrello e tali rimasero fino al 1811 quando furono, in gran parte, assegnati al Comune di Luco data la fine del Feudalesimo per opera di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.


Dal 1072 al 1096 con le concessioni di nobili marsicani e della contessa Aldegrina, vedova di Rainaldo IV, Montecassino ha il controllo dei castella di Luco, Meta, Pereto, Camerata, Fossaceca ed Oricola. È della seconda metà dell'XI secolo la prima documentazione delle grandi chiese feudali di Sancti Ioannis ad caput aquae di Celano, posta sotto il castrum di Celanum e creata probabilmente dallo stesso Pandolfo, e Sancti Cesidii posta sotto il « castrum de Transaque » a contatto con un palatium comitale di Berardo III (Grossi: 1998, 31; 1998b, 29).


La politica filo-normanna perseguita dai Vescovi dei Marsi, da Pandolfo e suoi successori, Andrea, Siginolfo, Berardo, Bernardo, Benedetto, Zaccaria ed Helliano, fu tuttavia profittevole per la Diocesi dei Marsi che con i Normanni trovò la sua definitiva dimensione, favorita dall'aumento di prestigio che i vescovi assumono nel nuovo Regno normanno di Sicilia, a scapito dei grandi monasteri benedettini. Questo nuovo potere vescovile provocò notevoli conflitti fra gli stessi Conti dei Marsi, conflitti tesi al controllo della molitura, dei diritti di pesca nel lago Fucino ed al possesso delle rendite ecclesiastiche (Phoebonius 1668, II, Catalogus Mars. Episc., 12-27).


I legami di Pandolfo con Montecassino, ben documentati, dovettero portare ad un'opera di diffusione in ambito diocesano dell'arte cassinese testimoniata dal raffinato rotolo pergamenaceo dell'Exsultet d'Avezzano, patrimonio della chiesa feudale di S. Giovanni Capodacqua di Celano, miniato nella celebre abbazia cassinese intorno alla metà dell'XI secolo per lo stesso vescovo marsicano, il cui nome compare nel rotolo. L'eccessivo dinamismo di Pandolfo, l'amicizia con Montecassino e quindi i suoi rapporti con gli alleati Normanni, irritarono Berardo III che arrestò il fratello vescovo nella sua residenza nel castello d'Auretino (Casal Martino di Ovindoli), provocando un diretto intervento del normanno Riccardo di Capua a favore di Pandolfo (Amato, c. XXV, 334-336): intervento armato che dovette sicuramente utilizzare la Valle Roveto e la strettoia di Capistrellum, in direzione delle residenze comitali di Berardo III (Trasacco, Auretino e Celano).


È con il vescovo Berardo (“ S. Berardo ”), figlio di Berardo IV e della contessa Teodosia, nato nel castellum di Colli (di Montebove) intorno al 1080, che la diocesi conosce un periodo di floridezza e rinascita, dopo le scelleratezze ed il rilassamento dei costumi del precedente vescovo Siginolfo: reso acolytus (suddiacono) dal presule Pandolfo e mandato a studiare a Montecassino per richiesta dei genitori, Berardo fece carriera a Roma come Conte della provincia della Campagna, cardinale-diacono della chiesa di S. Angelo e cardinale-prete di S. Crisogono. Fu assegnato alla sede vescovile dei Marsi da Pasquale II nel 1110, sede che tenne fino al 3 novembre del 1130, giorno della sua morte. La sua adesione alla riforma ecclesiastica per la moralizzazione dei costumi e l'aderenza alla vita monastica del clero secolare, dovette portare a conflitti con il clero diocesano (soprattutto celanese), diretta espressione del potere comitale, e con i parenti conti dei Marsi: in particolare con Berardo V, conte d'Albe (Vita S. Berardi, 129-130).


È del 25 febbraio del 1115 la Bolla inviata a Berardo dall'amico papa Pasquale II in cui sono in modo certo definiti i limiti della diocesi, le chiese appartenenti al vescovo e un forte richiamo ai feudatari locali ed all'abuso e « Sanè illam Monachorum pravam praesumptionem» dei monaci di S. Nicola di Cappelle (chiesa appartenente al monastero di S. Maria del Pertuso, Morino – AQ) che, in barba al diritto ecclesiastico, impartivano il battesimo, l'unzione degli infermi, ammettevano alla confessione “individui volgari”, alla comunione gli scomunicati dal vescovo ed assumevano, per «officia Sacra», i colpiti da interdizione. Nella Bolla sono chiaramente definiti i limiti della Dioecesis Marsorum con un territorio compreso fra il Carseolano e l'inizio dell'alta Valle del Sangro con una diffusione nel territorio, ancora non completa ma testimoniata dalla presenza di 59 chiese (compresa S. Sabina), di cui sette pievi, le più importanti, titolate dalla dicitura « cum titulis suis »: S. Ioannis ad caput aquae di Celano, S. Caesidij di Trasacco, S. Vincentij in Forma di Luco dei Marsi, S. Martini in Valle di Magliano dei Marsi, S. Mariae in Eloreto di Tagliacozzo, S. Erasmi di S. Donato (Tagliacozzo), S. Mariae in Carseolo d'Oricola, sul sito dell'antica città romana di Carsioli (Phoebonius 1668, Catalogus Mars. Episc., 13-16). In questo primo elenco di chiese appartenenti al Vescovo dei Marsi Berardo (S. Berardo), sono citate, per la prima volta, le chiese avezzanesi di « S. Andreae in Aveiano, S. Mariae in Vico »: la prima non è ancora nella condizione di pieve (chiesa maggiore), mentre la seconda è una chiesa rurale.


Come si può evincere da questi primi documenti, agli inizi del XII secolo, Avezzano ancora non presenta una connotazione di abitato compatto, ma di una villa, dipendente dal castello-recinto di Pietraquaria e dotata di una sola chiesa diocesana posta vicino ai campi coltivati e sottoposti a pascolo, le “Vicenne”. La presenza di S. Andrea come santo protettore dell'abitato agli inizi del XII secolo appare legata alla principale attività economica dell'area, quella piscatoria, attestata nell'area già dal IX secolo da Paterno ad Avezzano con le chiese di S. Gregorio, S. Clemente e S. Salvatore. S. Andrea, com'è noto, è il santo di tutti i pescatori del mondo con la festa che ricade il 30 novembre. Egli venne raffigurato in origine, come uomo barbuto con un libro in mano e due pesci come attributi: successivamente, come si può vedere nella bella pala d'altare seicentesca della parrocchiale di S. Giovanni Battista di Luco, è raffigurato con la sua croce sulla sinistra e con pesce (una tinga) allacciato e sospeso al polso della mano destra (Cattabiani 1993, 66): il suo culto, in area marsicana, ha la più antica attestazione proprio ad Avezzano.



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