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Roma ed Alba Fucens

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Roma ed Alba Fucens
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2 - L'età antica - Roma ed Alba Fucens

Con la fine delle « Guerre Sannitiche », l'area presa in esame, continua ad avere una notevole importanza strategica con la colonia di Alba Fucens posta nel crocevia di collegamento tra i territori dei Sanniti e dei loro vicini alleati, Umbri ed Etruschi. Questa importanza strategica contribuì anche ad un controllo commerciale dei sistemi viari diretti verso il sud della penisola con lo sviluppo economico delle ville poste nel territorio agrario coloniale.


Furono questi gli sviluppi che crearono i presupposti per l'emissione monetale di Alba avutasi intorno al 270 a.C. fino al 263 circa, emissione creata più per motivo di prestigio che per necessità reali: « Va comunque precisato che la moneta nel III secolo a.C. non era, a differenza di oggi, certamente uno strumento indispensabile per gli scambi. L'ambiente italico e romano di questo periodo era ancora troppo intensamente legato al baratto per poter credere ad un uso della moneta quale intermediario sugli scambi. Vale la pena di pensare, invece, che l'emissione di moneta di questo periodo, soprattutto se caratterizzata da un numero veramente esiguo di pezzi in circolazione, come nel caso di Alba Fucens , possa rispondere piuttosto a motivazioni di prestigio, cosa che troverebbe immediato riscontro nella presenza del nome della città su tutti i nominali. Alba Fucens ha emesse una serie di piccole monete in argento composta da almeno tre diversi nominali. La presenza su tutti i valori del nome della città, ALBA, in caratteri dell'alfabeto latino, esclude ogni possibile dubbio di attribuzione. La tipologia utilizzata per i coni (testa di Hermes e di Atena, grifo alato, aquila retrospiciente e un delfino) sono evidentemente derivati dall'ambiente greco di Magna Grecia, così come il sistema ponderale sulla base del quale sono stati emessi i valori, probabilmente un di obolo, un obolo ed un semiobolo (rispettivamente del peso di g 1,26, g 0,62 e g 0,30). L'emissione di questa serie appartiene senza alcun dubbio al periodo della colonia, ma è da scartare l'ipotesi, già avanzata, che essa sia stata prodotta nei primi anni di vita della colonia stessa. È da credere piuttosto che l'emissione, di breve durata, debba aver interessato un periodo immediatamente successivo la sconfitta di Pirro (270 a.C.) per effetto di una apertura commerciale di Alba Fucens verso i mercati del Sud, del Sannio, dell'Apulia e della Campania. La tipologia, il sistema ponderale e i pur rari casi di rinvenimento ne sono una conferma. » (Catalli 1992, 14-15).


I numerosi ritrovamenti monetali avvenuti nel centro storico di Avezzano durante lo sgombero delle macerie provocate dal terremoto del 1915, composti da ben 292 monetine d'argento di età repubblicana, fra cui alcune albensi (con Aquila che stringe i fulmini con scritta Alba e testa di guerriero con elmo – anni 270-263 a.C.) (Pagani 1968, 77-78), sono prova della vitalità economica della locale villa degli Avidii durante il III secolo a.C., in un periodo in cui, come abbiamo già visto, la colonia albense si aprì al commercio verso il sud della penisola italiana, in direzione dei mercati del Sannio, Campania ed Apulia.


Nel finitimo territorio marso il fenomeno, già evidenziato, del mercenariato italico è ancora attivo: la vicina Valle Roveto, probabilmente, continua ancora per tutta la prima metà del III secolo, ad essere attraversata dai mercenari Marsi diretti in Campania e Lucania per essere reclutati dalle potenze del Mediterraneo (Greci e Cartaginesi). Questi temibili guerrieri (« figli di Marte ») lasciano le loro tracce dal V al III secolo a.C. nei santuari fucensi, palentini e lirini, attestate da bronzetti di Marte ed Ercole loro numi tutelari e dalla monetazione in argento e bronzo delle città campane, della Magna Grecia, greche, sicule e puniche (Grossi 1990a, 288-292). Solo dal trattato romano-cartaginese del 241 a.C., al termine della II guerra punica, che proibì ai Cartaginesi di arruolare mercenari in Italia, la mobilità sociale geografica italica, rappresentata dalla pratica del mercenariato, venne meno con la conseguenza di costringere i socii marsi al solo servizio militare a favore di Roma che « sembra in sostanza adempiere la stessa funzione demografica ed economica in precedenza assolata dal mercenariato e dalle altre attività predatorie tradizionali. » (Tagliamonte 1994, 220).


I materiali votivi, bronzetti di Ercole e monete, sono, come già affermato, legati al mondo del mercenariato e della mobilità sociale geografica dell'area. I bronzi di Ercole, databili fra il V e II secolo a.C., sono attestati nei santuari marsi, equi e nel territorio avezzanese a Scalzagallo con iscrizione votiva a S. Nicola. Essi erano le divinità tutelari delle spedizioni militari del mercenariato safino, come già dimostrato, e successivamente dei militari italici e coloniali al servizio di Roma. La loro diffusione sulla direttrice Fucino e Liri comprende, oltre i Piani Palentini e la valle Roveto, anche la media valle del Liri con esemplari ad Alvito e Atina ed oltre fino a Cassino (Fortini 1988, 257-260). Era questo l'itinerario principale percorso dalle bande mercenarie dirette in Campania ed oltre. Questa strada “lirina”, detta nel medioevo « via antiqua quod dicitur Marsicana », dovette costituire il percorso più importante che dalla Campania portava nell'alta valle del Liri e attraverso i Piani Palentini, nel Fucino. Tramite essa dovette arrivare nella Marsica ed Abruzzo interno, la monetazione greca e campana di IV-III secolo acquisita dai mercenari come pagamento dei loro servizi.


Questa monetazione è documentata nel territorio avezzanese: un obolo d'argento di Phistelia del IV secolo a.C. ed una semuncia della serie prorata (Mercurio / prora con scritta Roma) dal santuario della Grotta di Ciccio Felice; due monete d'argento di Neapolis della fine del III secolo a.C. dal santuario di Scalzagallo, oltre naturalmente da diverse monetine d'argento della zecca albense rinvenute nel centro storico di Avezzano, ma legate all'uso dei locali possessores albensi.


La via del mercenariato marso ed equo verso la Magna Grecia, in precedenza citata, è quella che, partendo da Cassino, per Atina e Sora, raggiunge la Valle Roveto passando sul versante orientale della valle (non sul fondovalle, ma a mezzacosta), collegando Balsorano Vecchio, S. Giovanni e S. Vincenzo Valle Roveto superiore, Morrea, Civita d'Antino, la località Casale di Civitella Roveto, Capistrello, Piani Palentini ed il Fucino. Non a caso lungo questo tragitto sono situati fana (santuari), vici ed Antinum oltre, naturalmente, necropoli. Non va confusa questa strada con l'altra di fondovalle, fatta realizzare da Traiano nel 100 d.C. per collegare rapidamente Alba Fucens con Sora e Frusino (l'attuale Frosinone), ancora ben visibile sotto Capistrello e Pescocanale con la sue tagliate nella roccia (Grossi 1992).


Nella nuova realtà coloniale albense degli inizi del III secolo a.C., i centri fortificati marsi descritti sono ormai abbandonati ed i loro ambiti comunitari si trovano inseriti nel nuovo territorio della colonia di Alba Fucens (« Ager Albenses »): i Piani Palentini con Corcumello, la catena montuosa del Salviano (dal Monte S. Felice di Cappelle ai “Tritermini” di Capistrello-Luco dei Marsi), la Valle di Nerfa (da Cappadocia al Fosso della Rianza di Pescocanale) con Capistrello, il piano fra Avezzano ed il Rio La Foce di Celano, sono ormai parte integrante del territorio albense. Ai Marsi rimane solo, il territorio lirino posto a meridione del Fosso di Rianza di Pescocanale (da Pescocanale a S. Vincenzo Valle Roveto), il territorio oltre l'Incile verso Luco dei Marsi e quello oltre il Rio La Foce di Celano in direzione di Aielli. Gli abitanti italici, marsi ed equi, degli insediamenti presenti nel nuovo territorio di Alba Fucens, sono ormai parte integrante della componente umana coloniale e, con i coloni romani, inseriti nella tribù Fabia. D'ora in poi sulle lastre tombali delle numerose necropoli palentine ed avezzanesi comparirà il nome della tribù Fabia, a segnalare l'appartenenza alla colonia romana. Le tribù romane, che prendevano il nome dalle famiglie patrizie dell'Urbe (la Fabia era legata alla gens Fabia), costituivano in quel periodo « le unità amministrative per il censo, la tassazione e la leva militare, come pure per le assemblee della plebe. Comizio » (Diz.Lett.Cl.1997, 966).


Con il III secolo a.C. la Valle Roveto, come in tutta la Marsica, cambia il suo aspetto insediamentale con la nascita di nuovi abitati collinari e di pianura non fortificati, i « vici »; villaggi di piccole e medie dimensioni che nel tempo soppiantano i centri fortificati nelle funzioni territoriali e che avranno lunga vita fino all'alto medioevo (Letta 1988c, 223-227). È questo il periodo in cui, nel territorio marso, si afferma una struttura insediamentale di tipo « oppido-vicano » con grandi centri fortificati distrettuali retti da magistrati pubblici, meddices, e numerosi villaggi dotati di veri e propri santuari interni o posti nelle vicinanze. Si sviluppano le arterie viarie con la creazione di vere e proprie strade (tagliate nella roccia o in terra battuta retta da muretti) delimitate da necropoli longitudinali di tombe a cassone di pietra, a grotticella con stele-chiusino a forma di porta ed a cappuccina di tegole nei territori coloniali (Grossi: 1988, 111-112; 1991, 202-204).


I santuari si strutturano architettonicamente in forme monumentali, ad imitazione di quelli di area campana, con impianti: su pendii collinari e montani sistemati a terrazze degradanti, rette da raffinata opera poligonale, ed adattamenti sulla roccia; in pianura con porticati di contorno ed ambienti artigianali collegati. I templi sono: i più antichi, senza podio, ripetono la tipica pianta tripartita con vestibolo porticato sul davanti delle case gentilizie arcaiche; i più recenti, sono posti su alti podii modanati con colonne di calcare sulla fronte ed antistanti edifici teatrali. Sono gli stessi santuari, già presenti, anche se non in forme così monumentali, nel V-IV secolo, a costituire il punto di riferimento economico del territorio e di aggregazione dei nuovi vici. Ben diversa e la situazione dei santuari rurali, posti presso valichi e importanti vie di comunicazione. Essi svolgono la funzione di luoghi di sosta e rifugio sulle alte quote, mentre i più grandi a fondovalle sono preposti come luogo di mercato, di scambio con le comunità vicine, oltre ad essere punto di arrivo di pellegrinaggi se la fama dell'istituto cultuale superava l'ambito etnico su cui insisteva (Grossi 1992, 36-37).


In tutti questi santuari continuano ad essere presenti gli ex-voto bronzei e la monetazione legata alla pratica del servizio militare a favore di Roma, pratica fondamentale per l'economia delle genti marse e coloniali. Sono sostanzialmente le entrate dei mercenari operanti in Magna Grecia e Sicilia, prima, e dei militari italici e coloniali al servizio di Roma, dopo, a fare la fortuna del santuario. A questi s'inseriscono gruppi familiari emergenti locali che, grazie ad amicizie fra le gentes di Roma, riescono ad entrare come mercatores (mercanti), nel commercio mediterraneo romano, soprattutto nel II secolo a.C. Sono solo loro a poter disporre di ingenti somme di denaro da utilizzare per l'acquisto in loco di terreno agrario o per abbellire il luogo sacro con nuovi apparati architettonici e donari.


Gli stessi fenomeni avvengono nei territori delle colonie ad esclusione, forse, della sopravvivenza degli apparati difensivi arcaici in contrasto col carattere accentratore della colonia romana. Infatti, è la fortezza coloniale con le sue alte e raffinate mura, le sue truppe ed i suoi magistrati ad assolvere il compito amministrativo e difensivo dell'ager (territorio) albense e sorano. Con l'inserimento nel distretto coloniale romano, il territorio palentino- fucense si trasforma con la nascita di una nuova struttura insediamentale basata prevalentemente su vici (villaggi), fundi (fondi agricoli) caratterizzati da ville rustiche albensi e fana (santuari); il territorio agrario è ripartito in lotti regolari con la creazione di fossi di scolo e drenaggio, di tracciati viari primari e secondari costellati di necropoli.


Riguardo a quanto già detto l'archeologo belga Mertens dice: « Non si può pensare all'insediamento di una colonia senza una preventiva sistemazione del territorio circostante; i confini dell'ager albenses coincidono probabilmente con una serie di ostacoli naturali, quali il massiccio del Velino a nord, il passo di Monte Bove ad ovest, l'alta valle del Liri a sud e il lago Fucino ad est. Alcuni cippi confinari scoperti nei pressi di Scanzano e di S. Anatolia e vicino all'emissario del Fucino potrebbero costituire degli utili punti di riferimento; la superficie della zona così circoscritta può essere valutata a 320 km2, ossia circa mille volte la superficie della città stessa. Tutto questo territorio non è soltanto solcato da strade ma anche diviso in lotti o particelle (centuriatio); secondo il liber coloniarum questa centuriazione sarebbe stata realizzata nel 149 d.C. probabilmente dopo il prosciugamento definitivo del lago Fucino; è tuttavia probabile che la lottizzazione sia più antica. L'orientamento delle parcelle, quadrate o rettangolari, si adatta al rilievo del terreno e riprende, con circa 8 gradi di differenza, l'orientamento degli assi della città. Le tracce della lottizzazione del territorio sono chiaramente visibili sulle foto aeree; sul terreno sono ancora riconoscibili nei Campi Palentini intorno a Cappelle e a sud est d'Avezzano. Questo tipo di realizzazione conferma l'importanza economica della zona di Alba, le cui culture cerealicole, frutticole e vinicole sono segnalate dalle fonti antiche; l'industria del legno doveva essere importante, così come la pesca sul lago Fucino, prima della sua bonifica; nelle zone di montagna si praticava la pastorizia » (Mertens 1981, 19-20).


Uno studio recente della divisione agraria albense ha dimostrato che essa fu realizzata, nella sua prima fase, nei primi anni del III secolo a.C. con il sistema della strigatio, cioè per soli decumani (assi orientati a nord-est sud-ovest) con la divisione per limites paralleli, non tagliati da perpendicolari, distanti fra loro circa 425 metri (= 12 actus romani) (Chouquer 1987, 131-132; Van Wonterghem 1989, 35-36). Ebbene questa prima divisione agraria albense giunge a Capistrello comprendendo tutti i Piani Palentini sui limiti a sud-est, mentre è inesistente nell'alta valle del Liri dove la strettezza della stessa non permetteva una regolare divisione agraria. Maggiormente visibile rimane nel tratto fra Avezzano e Celano, dove gran parte della viabilità rurale riutilizza, quasi per intero, queste delimitazioni stradali della centuriatio albense.


Per l'età repubblicana, dalla prima metà del III fino agli inizi del I secolo a.C., le testimonianze archeologiche sono presenti nella località S. Nicola, Ciccio Felice e Scalzagallo.


Un santuario di Hercole era nel luogo della chiesa di S. Nicola lungo la strada antica che da Alba Fucens portava ad Anxa attraversando il vicus di S. Maria e S. Lorenzo in Vico, come attestato da una base votiva decorata in alto da un piccolo fregio dorico, ora conservata nel Museo Lapidario Comunale, ma proveniente dalla chiesa di S. Nicola di Avezzano (CIL IX, n. 3907; Catalli 1998, n. 1): Herculei.d(onum) [d(ederunt)] / milites.africa[ni] / [C]aecilianis. / mag(ister).curavit / C(aius).Saltorius. C(aii).f(ilius). = trad. ital. « Ad Ercole diedero in dono i soldati africani (provenienti) dai Castra Cecilia. Caio Saltorio, figlio di Caio, magistrato curò (che fosse fatto).»; « L'iscrizione ricorda il dono fatto ad Ercole, divinità particolarmente venerata in terra italica, da soldati africani provenienti dagli accampamenti Cecilia. I militari erano organizzati in collegia capeggiati da un responsabile, il magister, che ha provveduto alla regolare esecuzione del dono votivo. È stato ipotizzato che il riferimento ai Castra Cecilia sia da ricollegare con i soldati al seguito di Cecilio Metello impegnati nella guerra (109-108 a.C.) contro Giugurta, re di Numidia. Gli stessi soldati avrebbero avuto in dono terre nella zona albense. Da notare Caecilianis certamente un nominativo plurale arcaico e il cognome del magister Saltorius, estraneo alla regione.» (Catalli 1998, cit.). Il santuario era probabilmente relativo al vicus (Arrium?) posto nelle vicinanze dell'Emissario, sotto il centro fortificato di “Castelluccio” del Monte Salviano.


Altre aree cultuali sono, la Grotta di Ciccio Felice di tradizione italica e il santuarietto italico-romano di Scalzagallo con i suoi votivi italici ed albensi.


Della prima area cultuale abbiamo già parlato in precedenza, in relazione al suo legame con una divinità della fecondità locale e di un possibile rito dell'uncubatio. La fase monumentale dell'età del ferro, costituita dalle sei mensae ricavate sul piano roccioso, viene in età repubblicana affiancata da un muro di terrazzamento in opera poligonale di III maniera posto all'imbocco della caverna e su cui si elevava un prospetto architettonico ornato di colonne e frontone. L'ipotesi di un rito di “incubazione” espressa dal Radmilli è affascinante ed è probabilmente confermata da indizi successivi come il rito “lattario” attestato nel Rinascimento nella vicina chiesa del S. Padre, ricavata nella Discenderia Maggiore dell'Emissario romano del Fucino, antro sacro dove le donne marsicane raccoglievano oggetti immersi in una pozza d'acqua sorgiva allo scopo di aver abbondante flusso di latte (Phoebonius 1668, II, 92). L'esistenza di una sorgente nella stanza interna con pozze sottostanti cosparse di frammenti ceramici e l'abbondanza di ex-voto, riferibili a falli, uteri e seni, potrebbe confermare l'origine del rito proprio in questo santuario che secondo la Terrosi Zanco potrebbe essere connesso con il culto di Angizia (Terrosi Zanco 1966, 289-290), ma più probabilmente alla stessa associata alla sorella Vesuna dai caratteri più propriamente ceriali e quindi connessi con la sfera della fecondità. Gli ex-voto fittili analizzati dalla Zanco ed altri presenti nel musei di Chieti ed Avezzano, sono databili al III-I secolo a.C. fino agli inizi del I secolo d.C. con statuette panneggiate, teste velate femminili e maschili, molte mascherine funerarie rettangole con raffigurazione di volto umano, piedi, mani, bambini avvolti in fasce, falli, uteri, seni, vasetti miniaturistici ad impasto ed a vernice nera, balsamari in vetro, pesi da telaio, fusaiole, una moneta argentea di Phistelia del termine del IV secolo a.C. ed altra, una semuncia di bronzo della serie prorata del 197-187 a.C. con testa di Mercurio e Prora di nave con scritta Roma (Terrosi Zanco 1966, 274-284; Inv.Mus.Avezzano, nn. 2-4, 9, 15-18, 36-38, 45-56). Fra l'altro la sovrapposizione medievale del culto di S. Felice, documenta questo aspetto legato alla fertilità umana: S. Felice, Papa dal 269 al 274, era onorato nel medioevo il 30 maggio nel mese della fertilità ed il cui nome Felice e legato ai termini: fertile, fecondo e nutriente (Pierrard 1990, 85-86).


Altro importante santuario del territorio albense è quello di Scalzagallo o “Cretara”(ex Perracle o Perrate) nell'odierno quartiere residenziale di Avezzano. I ritrovamenti avvennero negli anni '70 del Novecento, durante la realizzazione della villetta dell'artista avezzanese Pasquale Di Fabio in via dei Tulipani, a quota 718. Non abbiamo la descrizione dei resti, ma solo materiali di III-II secolo a.C. riferibili a: coppe a vernice nera e patere dell'atelier des petites estampilles, (285- 265 a.C.); olpay globulari acrome; olle acrome dotate di tre piedini troncoconici di base con coperchio dotato di presa a rocchetto; un bel frammento fittile dipinto di elemento coroplastico templare con decorazioni a palmette, toro e gola; pochi frammenti di ex-voto anatomici ed animali ed un fondo di coppetta appositamente bucherellato (Grossi 1989b, n.12, 43 nota 18). Dalla stessa area, da villette adiacenti, sono stati trovati in passato due bronzetti di Ercole combattente di fine IV ed inizi del III secolo a.C. oltre a due monete d'argento di Neapolis della fine del III secolo a.C. Dall'insieme dei materiali, è chiaro il rapporto dell'area cultuale, posta lungo un decumano della centuriazione, con le genti italiche locali ed i coloni albensi con i loro vicini insediamenti rurali.


Nonostante questa ricchezza delle aree cultuali, serie difficoltà si prospettavano per gli Albensi sul finire del III secolo a.C., dopo il florido e pacifico esordio coloniale di gran parte del secolo; nel 211 quando Annibale si avvicinò a Roma, duemila cittadini albensi armati giunsero a Roma per difenderla dal probabile attacco punico (Appiano, Guerra Annibalica, 39). Due anni più tardi l'atteggiamento favorevole all'Urbe cambiò, forse perché spossati dalla dura guerra, gli Albensi rifiutarono, come altre città alleate, di mandare ulteriori aiuti a Roma (Livio, XXVII, 9); rifiuto giudicato da Roma come ribellione e quindi fonte di un duro intervento romano verso la colonia (Livio, XXIX, 15). Il secolo successivo vede la colonia utilizzata dal senato romano come sede ideale per l'internamento dei sovrani e principi sconfitti da Roma. Vi furono, infatti, deportati Siface, re di Numidia (Livio, XXX, 17, 45), Perseo re di Macedonia (Polibio, XXXVII, 16) e Bituito re degli Arverni (Livio, Per., 61; Valerio Massimo, IX, 6, 5).


Agli inizi del I secolo a.C., dal 91 all'88, l'area presa in esame fu sicuramente interessata dagli avvenimenti legati al « bellum Marsicum », l'ultimo epico scontro fra Roma e gli ex Safini, con le inevitabili conseguenze sulle strutture insediamentali. Sebbene l'ipotesi dello Squilla sulla localizzazione nella Valle Roveto del combattimento dell'11 giugno del 90 fra il console romano Rutilio Lupo e il comandante marso Vettio Scatone, non sia sostenibile (il luogo dello scontro è localizzabile nella valle del Turano), pur tuttavia la posizione geografica, fra Alba Fucens e Sora, dovette necessariamente dare luogo a combattimenti, soprattutto nel periodo in cui Roma cercò di liberare Alba assediata dai Marsi (Squilla 1966, 81-84). Le direttrici romane verso il Fucino in questa dolorosa guerra sociale, documentate dalla lettura critica delle fonti, dovettero essere quelle del Turano-Imele, Salto-Imele e quelle del Liri per Sora (Servio, Ad Aen., IX, 587). Alba Fucens, dalle prime fasi della guerra, era rimasta fedele a Roma rifiutando una partecipazione al fronte “marso” e per questo motivo fu ripetutamente attaccata dagli insorti italici (Livio, Per., 72); non abbiamo notizie sulla sua presa da parte delle truppe “marsiche” di Poppaedius Silo, quindi, rimase libera sino al termine del conflitto.


Probabilmente nella vicina alta valle del Liri, o in quella del Turano, si svolse la prima sconfitta dei Marsi nel 90 a.C., per opera di Mario, data la citazione di « vigne » racchiuse da muri, muri abbastanza alti da offrire sicuro rifugio a Marsi e Marruccini (Appiano, civ., I, 46, 201-202). È molto probabile invece che la Valle Roveto sia stata utilizzata nelle operazioni conclusive della conquista romana del settore fucense della fine dell'89 a.C., quando i Marsi si arresero ai legati di Strabone, Lucio Murena e Quinto Cecilio Metello. Ritrovamenti legati alle azioni belliche di questo periodo, sono i numerosi missili di piombo per fionda rinvenuti nell'interno dei centri fortificati di Monte Cimarani e S. Felice, utilizzati dai frombolieri italici e romani durante gli assedi (Grossi 1990b, 70-71; Grossi 1992, 42 nota 52).


A questi avvenimenti della Guerra Sociale legati al possesso del territorio albense e da riferire il ritrovamento di un tesoretto monetale rinvenuto ad Avezzano dentro un muro antico, dopo il terremoto del 1915, durante lo sgombero delle macerie in Via Aloysi, a circa trecento metri dalla chiesa di S. Bartolomeo; consisteva in monete d'argento d'età repubblicana il cui conio più recente giungeva fino al 90 a.C. (Pagani 1968, 77-78). Si potrebbe collegare questo occultamento monetale alla presenza nella stessa Via Aloysi della parte centrale della villa degli Avidii nell'interno del loro fundus attestato successivamente nell'area.


Altri avvenimenti drammatici segnano la prima metà del I secolo a.C. nell'area avezzanese con i costanti conflitti delle Guerre Civili fra Mario e Silla (87-82 a.C.), fra Cesare e Pompeo e fra Ottaviano e Antonio. Gli Albensi parteggiarono apertamente per Mario e per la successiva dinastia giulio-claudia, provocando le ire e ritorsioni di Silla, Pompeo ed Antonio cui seguirono assalti, uccisioni, incendi e distruzioni degli edifici cittadini, delle ville sottostanti ed anche assegnazioni terriere ai veterani. Riguardo a quest'ultimo fenomeno, si ricorda l'assegnazione di parte del territorio albense, per ritorsione verso i “mariani” albensi, ai veterani del comandante di Silla, Metello Pio, come attestato da un'iscrizione conservata nel Museo Lapidario di Avezzano (CIL IX, n. 3907; Catalli, 1992, 16).


Con la fine della Guerra Sociale, intorno alla metà del I secolo a.C., la romanizzazione del finitimo mondo marso sarà completa con la nascita dei municipia e le relative divisioni territoriali che ricalcheranno i confini fra i Marsi e le colonie romane dell'area. I cittadini fucensi e palentini continueranno a servire Roma anche come componenti del Senato romano, ma soprattutto a partecipare numerosi alle campagne militari come testimoniato dai numerosi fregi militari ed iscrizioni che attestano le fortune dei locali nei quadri dell'esercito imperiale: caso rappresentativo è quello dell'albense Quinto Naevio Cordo Sutorio Macrone che, sotto Tiberio, raggiunse la massima carica militare dell'epoca, quella di prefetto dei vigili e del pretorio di Roma, come documentato dalle due grandi iscrizioni poste sulla facciata dell'ingresso all'anfiteatro di Alba Fucens, struttura di spettacolo da lui regalata, per testamento, ai suoi concittadini: Q.Naevius.Q.f.Cordus.Sutorius.Macro / praefectus.vigilum. praefectus.pretori / T. Caesaris.Augusti.testamento.dedit (Mertens 1981, 65).



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