Comune di Avezzano

Safini, Marsi ed Equi

Città di Avezzano
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Safini, Marsi ed Equi
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1 - L'età antica - Safini, Marsi ed Equi

La prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) si apre per il territorio avezzanese e fucense con sconvolgimenti climatici e sociali. Per i grandi villaggi del bronzo finale presenti nella piana fucense, sui ristretti limiti del lago dell'epoca, il cambiamento climatico che avvenne durante il corso della prima età del Ferro, fu fatale e portò alla fine di gran parte del sistema insediamentale perilacustre dell'età del Bronzo. Nei primi decenni del IX secolo a.C., infatti, si esaurì la fase climatica di tipo “sub-continentale” o “sub-boreale” (prevalentemente arida con scarse piogge) ed ebbe inizio un nuovo periodo climatico, a carattere “oceanico” freddo e umido, caratterizzato da abbondanti piogge. Il repentino innalzamento delle acque lacustri segnò inesorabilmente la fine degli insediamenti perilacustri come quello di Avezzano di Strada 6 ed i più grandi di Luco ed Ortucchio (Irti-Grossi 1983, 346). Questo sconvolgimento insediamentale fu tale da essere tramandato oralmente per secoli, fino all'età romana, attraverso la saga della “città” marsa di Archippe, sommersa dalle acque del Fucino e fondata da Marsia re dei Lidi. La prima notizia della leggenda marsa c'è data dall'analista romano Gneo Gellio che visse nel II secolo a.C. e, successivamente, da Plinio il Vecchio (I sec. d.C.): « Gellianus auctor est lacu Fucino haustum Marsorum oppidum Archippe conditum a Marsia duce Lydorum » (Plinio, Nat. Hist., III, 108 = Gellio, Hist., fr. 8 Peter). Ricordata anche da altri autori del III secolo d.C. (Solino, II, 6), la saga marsa è il preciso ricordo orale dei Marsi della fine traumatica del più grande insediamento dell'età del Bronzo della Marsica fucense, quello di Strada 28 di Ortucchio con i suoi ben 30 ettari di superficie (Grossi 1980, 125, nota 17).


Con questi sconvolgimenti climatici e soprattutto con l'aumento dei conflitti sociali nell'area, la struttura “vicana”, cioè basata su villaggi aperti posti in pianura o su terrazzi collinari, ebbe fine nel corso del IX secolo a.C. con lo sviluppo del fenomeno dell'“incastellamento” che portò ad una nuova struttura insediamentale, “oppidanica”, non più basata su insediamenti di pianura, ma su villaggi d'altura (“centri fortificati”) racchiusi da recinzioni lignee paliformi o da murature a secco (composte di grandi e medi blocchi di pietra), posti su colline, sui rilievi montuosi più vicini alle aree agricole e di pascolo delle locali comunità italiche. Nascono così tante “cittadelle” fortificate safine, « ocres », rette dal re (« raki » in lingua locale), principi guerrieri (« nerf ») ed in eterno conflitto fra loro come confermato dagli apprestamenti difensivi e dall'enfatizzazione guerriera dei corredi tombali maschili dell'epoca che presentano le prime armi di ferro (Grossi 1990a, 232-238). Siamo di fronte alla nuova “unità culturale” appenninica dei Safini (i Sabinos delle fonti storiche romane), che dal IX fino al IV secolo a.C. si diffonderà dalle conche e pianure fucensi ed aquilane verso le regioni vicine fino a raggiungere la Romagna, la Calabria e il suolo laziale con Roma cui darà dei re. Le recenti ricerche storiografiche ed archeologiche, stanno ormai evidenziando l'importanza dell'elemento sabino nella creazione della Roma dell'età del ferro con la constatazione che i primi re romani, escluso il leggendario Romolo, sono da ritenersi Sabini (Mumma Pompilio, Tito Stazio e Anco Marcio) componenti la tribù dei Tities (Bernardi 1988, 261-266).


Le genti italiche marsicane saranno le protagoniste fondamentali di questa civiltà appenninica antica, con i propri usi e costumi funerari («cultura fucense»), con i loro conflitti e rapporti con il mondo etrusco-laziale e della Magna Grecia, con le guerre del V-IV secolo a.C. contro la potenza romana. La caratteristica fondamentale delle genti safine fucensi, oltre all'elevata produzione metallurgica in bronzo, è riscontrabile negli usi funerari: infatti, le genti appartenenti alla « cultura fucense » dall'età del ferro fino al termine del II secolo a.C., usavano mettere accanto agli inumati, oltre alle armi offensive e difensive, solo oggetti e raro vasellame per carni in metallo. Vi è quindi il rifiuto del mediterraneo “rito del banchetto” con il suo consumo del vino, uso che mal si addiceva ad un popolo di guerrieri. Quest'usanza particolare è presente nelle sepolture dei popoli storici degli Aequi e Marsi, genti di « cultura fucense ». L'elemento dominante dell'economia dell'area, oltre la metallurgia, è la pratica della guerra e della mobilità sociale geografica espressa dal mercenariato (Tagliamonte 1994) associate ad una modesta attività agricola e pastorale.


È molto probabile una situazione d'estrema conflittualità fra i vari ocres safini per tutta l'età del ferro con guerre continue fra i tanti re che li dominavano: l'estrema enfatizzazione dell'aspetto guerriero nei corredi tombali maschili dell'epoca n'è una conferma diretta, come nel caso della necropoli di “Colle Sabulo” (S. Maria in Vico) di Avezzano e delle vicine necropoli italiche fucensi di Scurcola Marsicana, di Celano, di Lecce dei Marsi e d'altre sepolture della Marsica. Elemento distintivo dei gruppi guerrieri dominanti (re e principi) è la coppia di dischi-corazza in lamina di bronzo, utilizzata come difesa pettorale e dorsale dall'VIII al VI secolo a.C., prodotta da una metallurgia locale molto raffinata con artigiani posti a servizio del raki (re) e dei nerf (principi) (Grossi 1986b, 20-31; Papi 1990).


Gli abitati fortificati si concentrano sulle alture dominanti le piane e le valli della dorsale appenninica centrale e marsicana in modo da controllare e difendere il territorio agricolo e di pascolo della comunità locale. Di questi centri fortificati della prima età del ferro, « ocres » in lingua safina locale (« oppida » e « castella » in Latino), abbiamo nel territorio di Avezzano le testimonianze sulle alture dei monti di Avezzano e delle frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno. I primi cinque si snodano sulle medievali serre di S. Donato, di Arrio, di Cima Grande e di Alizio.


Il primo è posto sulla sommità detta “Colle degli Stabbi”, ex trecentesco « Monte Terrentinj » della altomedievale « serra Sancti Donati », a quota 963 sopra la Discenderia Maggiore dell'Emissario romano fucense, nelle vicinanze del confine con Luco dei Marsi (“Cunicella”). Nel colle vicino, verso sud, nel medioevo era un cippo detto « Pigna », un probabile cippo confinale romano che continuò per tutto il medioevo ed età moderna a costituire il limite fra la comunità avezzanese e la prepositura cassinese di S. Maria di Luco. Di forma ovoidale con scarse tracce di mura, che circoscrivono un'area interna di circa 0,5 ettari, e porta riconoscibile sul versante nord-ovest. Nell'interno resti di tegolame, ceramica ad impasto ed acroma.(Letta 1979, 118, n. 47; Grossi: 1980, 181, n. 53; 1989a, 102, n. 40; 1991, 206, n. 40; 1995, 73, n. 41). Dal nome attestato dal 1371 fino al 1810, di “Terrentino” o “Torrontino”, si potrebbe essere tentati di ricostruire il nome antico dell'insediamento italico in Terrentum? (ASCA, Serie Pergamene, n. 2; ASA, 1).


Il secondo, sovrastante il Cimitero di Avezzano, è identificabile sulla quota 985 detta “Castelluccio” di Monte Salviano con poche tracce di mura che descrivono un'area ovoidale di circa 1,02 ettari, ma evidenti resti della strada perimetrale interna, numerosa ceramica ad impasto dell'età del ferro, ceramica acroma e qualche frammento di vasellame a vernice nera. Dal toponimo attestato nel medioevo, Arrio, si potrebbe, a titolo di ipotesi, pensare che il nome originale del centro fosse Arrium? (Letta 1979, 118, n. 48; Grossi: 1980, 182, n. 55; 1989a, 102, n. 46; 1991, 206, n. 47; 1995, 73, n. 52; ASA, 2).


Il terzo è riconoscibile sull'altura di Monte Cimarani, ex “Cima Grande”, a quota 1108 ora occupata dai ripetitori televisivi. Presenta due fasi d'impianto che racchiudono un'area totale di circa 4,5 ettari: una prima, più antica a forma ovoidale perfetta ed una seconda con forma poligonale irregolare. Nell'interno, oltre a tegolame, frammenti di vasellame ad impasto e macine in trachite vulcanica, missili di piombo da fionda, sono numerose scorie di ferro e, minori, di bronzo che attestano la presenza di una consistente produzione metallurgica nel centro, visti i vicini affioramenti di limonite ferrosa del monte. (Letta 1979, 118, n. 50; Grossi: 1980, 183, n. 60; 1989a, 102, n. 47; 1991, 206, n. 48; 1995, 73, n. 53).


Il quarto è situato sulla quota 1017 detta “Colle di S. Silvestro”, sul versante orientale del Monte Cimarani ai margini della medievale « Valle Pandulfa ». Di forma triangolare sul pendio con superficie interna di circa 0,12 ettari, presenta nel suo interno frammenti fittili relativi a tegolame, ceramica ad impasto ed acroma di età italica e medievale (Grossi 1989a, 102, n. 48; 1990b, 79; 1991, 206, n. 49; 1995, 73, n. 54). Il nome di S. Silvestro, « Colletto con la chiesa di S. Silvestro », è dato dalla presenza qui nel medioevo di una piccolo insediamento, dotato di chiesetta, dipendente dal feudo di Pietraquaria (Brogi 1889). Il suo toponimo appare negli Statuti trecenteschi di Avezzano col nome di « (montem) beatum Silvestrum » (Di Domenico 1996, fl. 12 v., [130], 253).


Il quinto è ben riconoscibile sull'altura di Monte S. Felice, quota 1030 che sovrasta la Stazione Ferroviaria di Cappelle. La sommità è ora erroneamente detta di S. Felice, ma in passato era denominata “Cima di S. Giovanni d'Alezzo” o “di Alizio” (Morelli 1968, lett. 3), per cui si può risalire ad un toponimo antico di Alitium? Qui si riconoscono i resti di tre cinte murarie, dotate di cinque porte “a corridoio interno obliquo”, e di due terrazzi interni con superficie occupata di 2,6 ettari. Il numero delle recinzioni difensive presuppone uno sviluppo cronologico del centro-fortificato, dal primitivo nucleo ovoidale sommitale dell'età del Ferro alle altre due cinte delle epoche successive fino all'abbandono della fine del IV secolo con la probabile conquista romana. I ritrovamenti ceramici e la numerosa presenza di tegolame sui terrazzi interni, documenta l'esistenza dell'abitato interno dalla prima età del Ferro all'età ellenistica. Il ritrovamento di un contenitore plumbeo con missili per fionda dello stesso metallo nell'interno, sono prova di una riutilizzazione dell'acropoli del centro da parte degli insorti italici durante il conflitto del Bellum Marsicum degli inizi del I secolo a.C. Nel medioevo, sulla sommità della prima recinzione, fu realizzata, probabilmente su un precedente terrazzo cultuale italico, la chiesa di Sancti Iohannis de Alitio, appartenente, forse, al feudo di Pietraquaria e di cui rimangono le sole fondazioni che disegnano la pianta di una struttura a tre piccole corte navate con abside centrale e vicina cisterna circolare esterna (Grossi 1990b, 66-74 con bibl.).


Gli altri quattro sono posizionati sulle alture del medievale Mons Humanus che sovrasta le frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno. Il sesto sull'altura detta “Monte Castello”, quota 1242 che sovrasta a sud l'abitato di Castelnuovo. Si presenta come un centro-fortificato di medie dimensioni rioccupato in età medievale dal castello-recinto di Castellum novum citato nel Catalogus Baronum normanno del 1156. L'insediamento medievale occupa solo una parte del recinto italico sovrapponendosi sui resti murari antichi: si riconoscono i resti di una torre sommitale a pianta quadrata e ben tre cisterne medievali ricoperte da intonaco di cocciopesto di colore rosso (Grossi 1995a, 61, 73 n. 56). I rimanenti, ancora in corso di studio e rilievo, sono sul crinale della catena montuosa: “Monte Uomo” che sovrasta S. Pelino a quota 1391; “Monte Uomo 2” che sovrasta Paterno a quota 1380; “I tre Monti”, quota 1398 sopra Paterno (Letta 1979, 118, nn. 53-55; Grossi: 1980, 183, nn. 63-65; 1989a, 102, nn. 51-52; 1991, 206, nn. 51-53; 1995, 73, nn. 57-59).


Sotto gli insediamenti fortificati, nelle pianure e colline vicine, sorgono le necropoli di tombe a tumulo costellate da alte steli monolitiche e statue iconiche raffiguranti i re guerrieri e le loro mogli (Grossi 1988, 65-110). Queste estese necropoli con i loro grandi tumuli circolari erano per il mondo italico locale, dei veri e propri “segnali” territoriali che servivano ad esprimere l'importanza della comunità locale ed anche un luogo sacro in cui si praticava, in forma privata e collettiva, il “culto degli Antenati” (Grossi 1995a, 67-68). Questo culto è probabilmente riferibile ai Dis Angitibus (CIL IX, n. 3515), gli antenati morti figli di Angitia (Ancites) la “Signora dei Morti” del mondo fucense che « sembra essere emersa gradualmente come divinità individuale da un fondo indistinto di divinità collettive degli antenati, definendo via via dei caratteri insieme solari e ctoni, gli uni e gli altri legati alla sfera agraria e a quella funeraria » (Letta 1993, 33).


Le grandi necropoli italiche dell'età del Ferro sono riconoscibili nel territorio preso in esame a S. Pelino, Antrosano, Castelnuovo e sul Colle Sabulo, sui piani posti sotto i centri fortificati già descritti.


Per i ritrovamenti di Antrosano e Valle Solegara (“Monumento”), sul piano fra Alba Fucense ed Avezzano, si tratta di materiali provenienti da tombe relative al precedente centro safino posto sulle alture della successiva colonia romana. Da una necropoli posta ai piedi di Antrosano ed un'altra situata fra lo stesso e Cappelle, provengono tre dischi-corazza in lamina di bronzo a decorazione geometrica e geometrico-orientalizzante, databili fra la fine dell'VIII secolo e il termine del VII secolo a.C., ora conservati al Museo Archeologico di Perugia e nel Museo Preistorico Etnografico « L. Pigorini » di Roma (Papi 1990, 40, n. 30; 59, n. 91, fig. 72; 43, n. 40, fig. 38).


Una grande necropoli italica doveva estendersi a Valle Solegara alla località “Monumento” lungo il percorso della Via Valeria, dove ora sorgono i resti di tre mausolei a torre di età imperiale romana. Qui nel passato furono ritrovati numerosi materiali riferibili a tombe di VII-V secolo a.C.: gladi a stami di ferro (pugnale o “spada corta” safina), punte di lance di ferro, fibule di bronzo e una coppia di dischi-corazza di bronzo con decorazione geometrica del VII secolo a.C. (De Nino 1885, 485).


Sotto lo stesso S. Pelino, durante i lavori della realizzazione della Autostrada A25, furono riportate alla luce sepolture italiche che hanno restituito una bella spada di ferro con elsa a crociera del VI-V secolo a.C. (Grossi 1991, n. 25, 208).


Di importanza notevole è la necropoli di Colle Sabulo o “Campo dei Gentili” di Avezzano la cui scoperta si deve ai lavori del Torlonia per il prosciugamento del Fucino e la cui prima descrizione è data dall'Orlandi: « Trovasi tal sepolcreto praticato su un esteso banco di sabbia gialla di origine lacustre, denominato “Colle Sabulo”. Si sono rinvenute sepolture profonde a fossa coperte da grosse pietre con armi in ferro e scudetti di bronzo della corazza a “balteo-disco” del VI° secolo av.Cr. A minore profondità si rinvennero sarcofagi in pietra con suppellettile varia del mondo muliebre, ed armi in ferro, lucerne, ampolle di terra cotta nonché un anfora (di) tipo campano. L'unica epigrafe rinvenuta è quella su riportata della tarda età dell'Impero. Attualmente sull'esteso banco vi è il Cimitero Civico, ed ivi riposano le vittime del terremoto del 1915.» (Orlandi 1967, 259). Le armi in ferro erano costituite da: « spade, lance, cinture » (Idem, 18), per cui si deve sospettare che in realtà anche le sepolture poste a minore profondità siano riferibili a tombe databili dal VI al IV secolo a.C., oltre a quelle relative alla presenza coloniale romana albense cui si devono attribuire gli altri ritrovamenti, fra i quali l'anfora campana a vernice nera presente, in passato, nel Museo di Avezzano.


I materiali conservati in passato nel Museo Lapidario avezzanese documentano la fase italica della necropoli con: piastra di cinturone (o stola?) a pallottole riportate del VI secolo a.C. (Colonna 1958, n. 36, 79. Inv.Mus.Avezzano, n. 30); coppia di dischi-corazza in lamina di bronzo di tipo aufidenate con raffigurazione di chimera funeraria di cm 15 di diametro, databili al VI secolo e un disco-corazza a decorazione geometrico-orientalizzante della seconda metà del VII secolo a.C. (Colonna 1972, 197, 205 n. 7. Grossi in Papi 1990, 85-86. Inv.Mus.Avezzano, nn. 33-34, 35); armi di ferro (quattro “gladi a stami”, una spada lunga e una punta di lancia) databili dalla fine del VII al V secolo a.C. (Inv.Mus.Avezzano, nn. 39, 41-43, 70). Altro ritrovamento relativo a questa estesa necropoli, relativa all'ocre di “Castelluccio”, è riferito dallo Iatosti che descrive il ritrovamento fra le chiesette della Madonna di Loreto e S. Antonio, lungo l'attuale Via San Francesco, di una inumazione maschile dell'età del ferro con corredo composto da una lunga spada in ferro sul fianco ed una “targa di rame” (placca di cinturone?) in bronzo (Iatosti 1876, 29-30).


Delle aree di culto dell'età del ferro conosciamo il grande santuario in grotta di Ciccio Felice. La stessa, come abbiamo già visto, scavata dal Radmilli nel 1956, a permesso di conoscere il monumentale luogo di culto dedicato probabilmente ad una divinità della fecondità visto il numero notevole di ex-voto di età ellenistica, riferibili ad uteri, seni ed organi genitali (Terrosi Zanco 1966). La struttura santuariale della prima età del ferro (VII secolo a.C.) consisteva in sei basi rettangolari ricavate sul piano roccioso della stanza esterna e orientate verso nord e nord-est: il Radmilli a proposto di riconoscervi delle basi legate a riti d'incubazione (Radmilli 1977, 213).


Dalla prima età del ferro fino al IV secolo, le vicine valli del Liri e dell'Imele-Salto acquistano un ruolo importante nel processo di diffusione delle genti safine nel Lazio e delle loro guerre con gli Etruschi, Latini e Romani per il possesso delle fertili terre laziali.


La prima presenza safina nel Latium adiectum è quella ernica, probabilmente nata dalle migrazioni stagionali costanti (« veria sacra ») di genti fucensi della prima età del ferro che dovettero raggiungere le future terre erniche utilizzando i comodi valichi del settore sud-ovest della Valle Roveto (Serra S. Antonio, Morino, Rendinara ecc.). Questi « veria sacra » della prima età del ferro, legati alla mobilità sociale geografica italica, non erano naturalmente spostamenti di masse di genti, ma, probabilmente, di piccoli gruppi di lavoratori stagionali, artigiani o di guerrieri safini che si inoltravano nel Lazio sia per la possibilità d'assunzione nei lavori agricoli ed artigianali, sia a scopo d'iniziale mercenariato al servizio dei re laziali. La loro presenza nel Lazio già nel pieno VII secolo è indiziata dalla presenza di un disco-corazza in lamina di bronzo con decorazione geometrica di produzione fucense rinvenuto nella campagna fra Anagni e Ferentino (Grossi in Papi 1990, 84, A 17), mentre oggetti metallici e vasellame di produzione safina di VII-VI secolo sono presenti in una stipe votiva d'Anagni, scavata recentemente (Gatti 1993, 61-62).


I contatti fra il mondo ernico è Roma sono documentati gia dal VII secolo a.C. con il loro appoggio al re romano Tullio Ostilio durante la sua guerra con Albalonga: un anagnino, Laevus Cispius, avrebbe difeso la città sulla parte del colle Esquilino che avrebbe poi preso il suo nome (il Cispio). Lo stesso nome degli Ernici sarebbe derivato da una parola safina (poi marsa) herna, che in latino significava saxa (Virgilio, Aen., VII, 684; Silio Italico, IV, 226-277). Da una notizia contenuta negli Scoli Veronesi a Virgilio, sappiamo che nella più grande città ernica, Anagnia, abitavano dei « Marsorum coloni » (Schol. Verg. Veron., Aen., VII, 684). Dal V secolo gli Ernici costituirono uno stato federale, il nomen Hernicum, che comprendeva il Capitulum Hernicum (l'attuale Piglio) con Anagni, Alatri, Ferentino, Affile e Veroli e centro politico-religioso di riunione presso Anagni nel luogo detto dalle fonti « circus quem maritimum vocant » (Livio, IX, 42, 11). Nei secoli successivi il legame del nomen Hernicum con il mondo safino fucense è testimoniato dalle fonti storiche antiche, soprattutto per il IV secolo, periodo di massimo conflitto fra Roma, gli Ernici e Marsi (Letta 1972, 84).


È, quindi, già dalla prima età del ferro, probabilmente sul finire dell'VIII secolo a.C., che gruppi di genti fucensi del bacino lacustre e Piani Palentini si spinsero verso il Lazio dal Passo di Serra S. Antonio per Filettino, Trevi (l'antica città equa di Treba) e l'Altopiano di Arcinazzo creando il loro principale caposaldo a Piglio, il Capitulum Hernicum ricordato dalle fonti, da cui iniziarono la lenta conquista dei centri laziali delle colline dell'alta Valle del Sacco (Gatti 1993, 61).


Probabilmente, già a partire del VII secolo, l'alta valle del Liri con l'area sorana ed atinate, come dimostrato dalla Fortini, sono interessate dalla presenza del commercio etrusco indirizzato all'acquisizione del minerale ferroso presente sui monti marsicani (Fortini 1988, 51-63). L'esistenza di materiale ferroso è documentata nella Valle Roveto a Cappadocia, Morino, Collelongo-Morrea, sui monti sopra Civita d'Antino e su Monte Cimarani di Avezzano il cui “ocre” doveva essere uno dei più importanti centri metallurgici marsi(Grossi 1992, 33).


Spinte di genti fucensi verso il Lazio settentrionale in direzione del Reatino tramite il corso dell'Imele-Salto durante il VII secolo a.C., sono ora attestate dallo scavo del grande tumulo di Corvaro (Borgorose, RI) in un'area legata alla “cultura Laziale” ancora nella prima età del Ferro, vista la presenza di sepolture “ad incinerazione” e vasellame ceramico nelle tombe, come nel caso della tomba 8 e nei vasi ad impasto del tumulo centrale (Alvino: 1985, 104-105; 1991, 279). L'arrivo delle prime genti fucensi nell'area cicolana è documentato sul finire dell'VIII ed inizi del VII secolo da un disco-corazza in lamina di bronzo a decorazione geometrica dall'area del tumulo di Corvaro (Grossi in Papi 1991, A18, 84-85, tav. XXVIII) e da un altro di Fiamignano (RI) a decorazione geometrico-orientalizzante della fine del VII secolo a.C. (Papi 1991, fig. 89, 66-67, 108). La piena occupazione dell'area da parte di genti a “cultura fucense” avvenne durante la metà del VII secolo a.C. con numerose tombe ad inumazione racchiuse da un raffinato circolo di lastre calcaree coronate da sfingi e chimere, sepolture aventi solo materiali metallici, prevalentemente armi di ferro, stole con placche di bronzo, fibule e solo vasellame di bronzo (bacili ad orlo perlato) legato al consumo della carne (Grossi 1990a, 250). Queste genti, ricordate in epoca storica col nome di Aequi, si spinsero quindi a partire dall'VIII secolo dai Piani Palentini verso la valle dell'Imele, la valle del Turano (Carseolano) e la valle dell'Aniene raggiungendo nella seconda metà del VI secolo a.C. le vicinanze di Roma sui Colli Albani, nello sbocco tiburtino e reatino. La tradizione romana ricorda il fondamentale apporto di questo gruppo safino nella istituzione della « legge feciale » durante il regno di Anco Marzio, quarto re di Roma (Livio I, 32, 5). Da un anonimo scrittore latino di età imperiale (Iul. Paris, Epitone de praen., 1) conosciamo il nome dei primi due re equi. Il primo fu Settimio Modio, mentre il secondo, Fertore Resio, fu il primo ad istituire la legge feciale: « Ab Aequiculis Septumiun Medium primum eorum regem, postea Fertorem Resium qui primis jus fetiale insituit ». Questo consistente apporto equo alla formazione di una legge legata alla dichiarazione di guerra, è prova ulteriore della spinta dei gruppi safini fucensi in direzione di Roma durante il corso della seconda età del Ferro e dei conseguenti successivi conflitti che vedranno Roma contro Equi, Volsci ed Ernici nel corso del V e IV secolo a.C. (Grossi 1990a, 318-322).


Nel VI secolo la spinta delle genti fucensi verso il Lazio, come abbiamo già visto, diventa più consistente con la creazione degli stati dei Volsci e degli Equi. Non siamo più di fronte all'arrivo nel Lazio di lavoratori stagionali, artigiani e piccoli gruppi armati di mercenari, ma, probabilmente, di consistenti compagini militari guidati da principi (« nerf ») e tesi ad una vera e propria azione di conquista militare della fertile pianura laziale. Genti fucensi dotate di un notevole potere offensivo, maturato con le guerre locali e con la pratica del mercenariato, pratica che fu veicolo di maturazione culturale e di conoscenza delle realtà urbane e socio-economiche presenti nel suolo laziale e campano. La presenza volsca nel Lazio è documentata già nella seconda metà del VI secolo con un'azione di conquista che li porterà sul Tirreno, ad Anzio, (Antium) e Suessa Pometia, sui colli Albani, sul finire del secolo. I Volsci, insieme agli Equi, diedero un duro colpo al commercio ed alla presenza etrusca nel Latium adiectum e favorirono la caduta della monarchia dei Tarquinii a Roma e, con i Latini, la fine della loro ingerenza nel Lazio (Grossi 1990a, 318).


Non solo il Lazio fu interessato dalla presenza di mercenari di “cultura fucense”, ma anche l'area campana a partire dalla seconda età del ferro. Lo studio di un disco-corazza fucense a decorazione geometrico-orientalizzante di VII secolo a.C., proveniente dalla necropoli di Cuma e ora nella Collezione Stevens del Museo Archeologico di Napoli, costituisce un prezioso indizio di una precoce presenza di mercenari fucensi a Cuma. Esso, infatti: « potrebbe costituire un indizio della presenza in ambiente cumano di un guerriero di rango d'origine italica accolto ed in qualche modo integrato, anticipando già al VII secolo a.C. il fenomeno da tempo osservato di quelle “avanguardie italiche” che spostano notevolmente indietro nel tempo il dinamismo e la mobilità di queste genti.» (Papi 1996, fig. 6, 98-100). Anche una notizia che ci viene da Dionisio d'Alicarnasso (7, 3, 1), riguardo alla partecipazione di « molti (…) degli altri barbari » che si unirono ad Etruschi, Dauni ed Umbri nella guerra contro Cuma del 524, potrebbe nascondere la partecipazione di mercenari safini a fianco degli Etruschi nell'ambito della prima metà del VI secolo a.C. (Firpo 1991, 92).


Sul finire del VI secolo a.C. ed inizi del successivo, in ambiti geografici e culturali omogenei, a causa d'accordi o ampliamenti territoriali dovuti a conquiste militari, nascono i numerosi stati oligarchici repubblicani storici (i nomina safini) come quelli dei Marsi ed Aequi. Stati federali composti di tante toutas (“comunità” = civitas in Latino), corrispondenti a numerosi centri fortificati non più dominati dalle figure dei re, ma da magistrati pubblici supremi (meddices tudici) scelti fra i maggiorenti italici locali (nerf = “principi”) (Letta 1994a). Magistrati eponimi che duravano in carica un solo anno ed erano eletti dall'assemblea dell'ocris. Come per gli Ernici, la sede federale era il santuario nazionale del nomen: non sappiamo quello degli Equi, ma per i Marsi si può pensare al santuario d'Angitia posto nell'interno della città marsa di Anxa (Luco dei Marsi). In caso di conflitti con i popoli vicini, l'assemblea del nomen italico sceglieva fra i suoi membri un condottiero, l'embratur, che doveva, come per il “dittatore” romano, condurre le operazioni belliche dello stato federale. Dalla stessa assemblea erano svolti i trattati politici e commerciali del nomen federale, mentre dai singoli ocres gruppi di giovani armati, verreia, a primavera partivano come truppe mercenarie, guidati da un magistrato (meddix) della touto, verso i teatri bellici del Mediterraneo.


Nell'ambito dei confini settentrionali dello stato dei Marsi era inserito il territorio di Avezzano: le montagne della catena di Salviano (ex “Castelluccio”), Monte Aria (ex “Monte Arrio”), Cimarani (ex “Montagna Grande”), Monte S. Felice sopra Cappelle, Peschio Cervaro e Monte Uomo sopra Paterno, erano probabilmente in mano marsa, mentre la collina di Albe con Antrosano e Cappelle era in mano equa; il confine doveva quindi essere costituito dal piano di Cesolino e il medievale Rivo Foraneo, l'attuale fossato di Valle Solecara che scende da Forme e Capo La Maina. Ma la presenza marsa doveva spingersi sui Piani Palentini fino a Corcumello e nell'alta Valle del Liri, la Valle di Nerfa, fino al diaframma di Cappadocia e Petrella Liri che separa le sorgenti del Liri da quelle dell'Imele. L'indizio di questa avanzata presenza marsa nella parte terminale dell'alta valle del Liri, Valle di Nerfa, è documentato dagli avvenimenti legati ai conflitti fra Roma ed i Marsi sul finire del IV secolo: infatti, i Marsi ostacolarono agli inizi del 302 a.C. il tentativo romano di istituire con l'invio nell'area di 4000 coloni, una nuova colonia romana, Carseoli, nell'alta valle del Turano (Livio, X, 3, 2). Questo intervento armato dimostra una presenza marsa su questo settore interessato, per problemi di sbocco socio-economico, alla piana carseolana e valle dell'Aniene. Superato il Monte Arunzo, sui Piani Palentini, il confine fra i Marsi ed Equi doveva correre fra S. Sebastiano e Scurcola-Cappelle con gli Equi a nord-ovest ed il Marsi a sud-est del corso dell'Imele con i centri fortificati di Monte S. Felice, Cimarani e Rotella di Collalto. Il permanere degli insediamenti fortificati anche nel sistema repubblicano safino documenta il reale stato di conflitto fra Marsi ed Equi per la definizione degli spazi territoriali delle due comunità, soprattutto sulle linee di confine (Grossi: 1990b, 88; 1994, 10).


Con il V secolo a.C. abbiamo i primi consistenti scontri fra le genti safine laziali, di originaria provenienza fucense, e le truppe romane sull'imbocco sorano dell'alta valle del Liri. Nell'ambito delle guerre fra Roma ed i Volsci, sul finire del V secolo a.C., s'inserisce la prima citazione del lago Fucino e di un centro fortificato volsco, certamente di grosse dimensioni, posto « presso » il lago e conquistato nel 408 a.C. dal dittatore romano Publio Cornelio: « Bellum haud memorabile fuit. Uno atque eo facili proelio caesi ad Antium hostes; victor exercitus depopulatus Volscorum agrum. Castellum ad lacum Fucinum ui expugnatum, atque in eo tria milia hominum capta, ceteris Volscis intra moenia compulsis nec defendentibus agros.»; trad. ital. = « Non fu una guerra degna di nota. I nemici furono disfatti presso Anzio in una sola battaglia, e per giunta facile; l'esercito vittorioso saccheggiò il territorio dei Volsci. Fu espugnato a forza un castello presso il lago Fucino, e vi si fecero prigionieri tremila uomini, mentre gli altri Volsci furono ricacciati entro le mura - delle loro città -, senza che difendessero le campagne » (Livio, IV, 57, 7).


Il passo liviano è stato interpretato diverse volte con ubicazione del « Castellum ad lacum Fucinum » a Civita d'Antino, Civitella Roveto, Luco dei Marsi, Trasacco, sul colle d'Albe (Letta 1972, 30-33) ed anche a Capistrello. In realtà, date le nuove conoscenze sul territorio dei Volsci, si può tentare una diversa localizzazione del castello volsco. Escludendo del tutto le ipotesi sull'appartenenza del centro fortificato al territorio dei Marsi, perché non interessati al conflitto del 408 a.C., si può riconoscerne l'ubicazione nell'interno della Vallis Sorana, sul sito della città volsca di Sora e successiva sede coloniale romana. È da escludere anche l'ipotesi del Letta (e dello scrivente), formulata in passato e tesa a collocare il centro in territorio equo fucense, sul colle della futura Alba Fucens, in base all'osservazione sui conflitti fra Roma ed Equi nello stesso anno. Rimarrebbe difficile spiegare una presenza romana così interna sul settore fucense sul finire del V secolo, mentre sappiamo che solo verso la seconda metà del secolo successivo Roma riuscì ad avere la meglio sugli Aequi fucensi. Appare, quindi, più coerente la posizione del centro fortificato nel territorio volsco sorano, confinante, sull'alta valle del Liri, con quello marso e naturalmente definito, nell'indicazione geografica antica, « presso il lago Fucino »: non a caso a metà del secolo successivo, nel 345, i Romani creeranno un caposaldo romano-latino proprio sull'acropoli di Sora (Grossi 1990a, 317-318).


Al termine del IV secolo a.C., l'alta valle del Liri acquista una notevole importanza nell'ambito della conquista romana del territorio equo fucense e di parte di quello marso. Liquidati definitivamente i Volsci nel 338 a.C., Roma si trova ad affrontare le popolazioni safine interne, soprattutto Pentri e Marsi presenti nell'alta e media valle del Liri sulle vecchie posizioni volsche.


La prima notizia di una presenza militare marsa nell'alta valle del Liri è del 308 a.C., anno in cui il console romano Quinto Fabio, dopo aver preso nella Campania sannita Nuceria Alfaterna, sconfisse un esercito di Pentri, Marsi e Peligni (probabilmente sul settore sorano all'imbocco dell'alto Liri) accorso a contrastare una possibile avanzata delle truppe romane nelle loro sedi storiche: « Cum Samnitibus acie dimicatum. Haud magno certamine hostes uicti; neque eius pugnae memoria tradita foret, ni Marsi eo primum proelio cum Romanis bellassent. Secuti Marsorum defectionem Paeligni eandem fortunam habuerunt.»; trad. ital. = « Coi Sanniti si combatté in campo aperto. I nemici furono vinti in una battaglia di non grande importanza; e non ce ne sarebbe stato tramandato il ricordo, se in quella battaglia non avessero combattuto per la prima volta contro i Romani, i Marsi. Ai Peligni, la cui ribellione aveva tenuto dietro a quella dei Marsi, toccò la stessa sorte. » (Livio, IX, 41, 4). È questo il primo vero segnale di una penetrazione romana sul settore marso per la Valle Roveto, in direzione del Fucino. Un pericolo avvertito dai Marsi ed anche dai vicini Peligni, alleati con i Marsi e membri della “Lega Sabellica” in guerra con Roma. La stessa Sora volsca con il suo presidio militare romano, che controllava l'accesso al territorio dei Marsi, era stata presa dalle truppe sannite (= Pentri) nel 315 con la successiva riconquista romana nell'anno 312: nel 307 nuovamente Sora ricadde in mano sannita (Salmon 1985, 244, 247, 253-255).


Dopo il 307 e fino alla conclusione delle operazioni belliche romane sul settore fucense, la valle fu luogo di conflitti dato il permanere del controllo marso-sannita sul settore sorano fino al 305, quando Sora fu ripresa dai Romani che due anni dopo, nel 303, vi fondarono una colonia latina di 4000 uomini. Successivamente non si hanno notizie precise su altri scontri, o prese di centri fortificati della valle e del settore fucense, ma probabilmente ci furono perché sono documentate altre azioni romane sul settore del Liri in direzione del Fucino fino al 294 a.C. (Salmon 1985, 281-283).


Sul settore equo della Marsica l'avanzata romana si fa più incisiva dal 304 a.C. quando, con una campagna di soli 50 giorni, il console romano Publius Sempronius Sophus prese ben 31 oppida (= ocres) equi che furono, nella maggior parte, abbattuti ed incendiati: « nomenque Aequorum prope ad internecionem deletum. De Aequis triumphatum »; trad. ital. = « e il popolo degli Equi fu quasi completamente sterminato. Si celebrò il trionfo sugli Equi » (Livio, IX, 45, 17-18). Lo storico greco Diodoro Siculo, per la guerra romano-equa del 304 a.C., parla invece della presa di ben 41 centri fortificati equi (Diodoro, XX, 101).


La sconfitta fu un salasso terribile per gli Equi del settore abruzzese con la presenza ormai costante di truppe romane nel cuore del proprio territorio e la creazione, da parte di Roma, della colonia militare di Alba Fucens nel 303 a.C. con l'invio di ben 6000 coloni a presidiarla: « L. Genucio Ser. Cornelius consulibus ab externis ferme bellis otium fuit. Soram atque Albam coloniae deductae. Albam in Aequos sex milia colonorum scripta: Sora agri Volsci fuerat sed possederant Samnites; eo quattuor milia hominum missa. »; trad. ital. = « L'anno in cui furono consoli Lucio Genucio e Servio Cornelio si ebbe in fatto di guerre esterne una tregua quasi generale. Si stanziarono colonie a Sora ed ad Alba. Ad Alba, nel territorio degli Equi, furono inviati seimila coloni: Sora faceva parte del territorio dei Volsci, ma era stata occupata da Sanniti; vi furono stanziati quattromila uomini » (Livio, X, 1, 3). Con l'arrivo dei coloni, l'ex territorio palentino degli Equi fu acquisito, come preda di guerra, dai coloni di Alba Fucens.


La nuova fondazione coloniale romana nella sede originaria del loro territorio fu duramente avversata dagli Equi sopravvissuti che, nello stesso anno, tentarono disperatamente di riprendere il possesso delle colline albensi, ma furono respinti dai nuovi coloni romani. Questo disperato tentativo mise in serio allarme Roma che non si aspettava, dopo lo sterminio del 304 a.C., una nuova rivolta equa. Prontamente il senato romano nominò il dittatore Caio Giunio Bubulco che, insieme al maestro di cavalleria Marco Titinio, con una campagna di soli otto giorni, sul finire del 303 a.C., sottomise nuovamente gli Equi (Livio, X, 1, 7-9).


La pericolosità della fondazione coloniale romana ai confini settentrionali del loro territorio fu avvertita dai Marsi che ostacolarono agli inizi del 302 a.C. il tentativo romano di istituire con l'invio nell'area di 4000 coloni, una nuova colonia romana, Carseoli, nell'alta valle del Turano (Livio, X, 3, 2). L'azione marsa d'occupazione armata del territorio coloniale carseolano sortì l'effetto desiderato, infatti, la reale e completa istituzione della colonia si ebbe solo nel 298 a.C. « Eodem anno Carseolos colonia in agrum Aequicolorum deduca. »; trad. ital. = « Lo stesso anno fu stanziata una colonia a Carseoli, nel territorio degli Equicoli. » (Livio, X, 13, 1).


Lo scopo dell'occupazione marsa del territorio carseolano era quella di assicurarsi uno sbocco verso le valli del Turano ed Aniene, dal punto di vista degli uscite laziali del mercenariato e del commercio locale ed evitare così il completo accerchiamento territoriale, già in atto con le fondazioni coloniali di Sora a meridione, Alba a settentrione e la nuova prefettura di Atina ad oriente sull'alto Sangro. L'intervento armato in direzione di Carsoli dimostra, inoltre, in maniera chiara, l'effettiva presenza dei Marsi nella parte terminale dell'alta valle del Liri (la Valle di Nerfa) e sui monti posti a sud-ovest della stessa, sistemi montuaosi che erano chiaramente legati per problemi di sbocco all'area carseolana (Grossi 1980, 140).


La resistenza equa e la nuova offensiva marsa, preoccuparono seriamente Roma che affidò ai dittatori M. Valerio Massimo e C. Giunio Bubulco la definitiva “pacificazione” del territorio equo ed il contenimento delle nuove offensive marse. Ad agevolare l'azione romana fu in quegli anni la creazione della via consolare Valeria, un prolungamento della Via Tiburtina destinato a collegare le nuove colonie con Roma, per opera dello stesso Valerio Massimo: Tito Livio (IX, 43, 25) ricorda, infatti, che nel 307 a.C. Valerio, insieme al collega Bubulco (censori nel 307), costruì delle « viae per agros publica inpensa factae ».


Valerio Massimo nel corso del 302 a.C., dopo aver sloggiato i Marsi dal territorio carseolano si diresse rapidamente verso il Fucino dove conquisto tre città fortificate marse, tolse una parte del territorio ai Marsi e concesse agli stessi il trattato di pace con Roma: « Profectus dictator cum exercitu proemio uno Marsos fundit. Compultis deinde in urbes munitas, Mlioniam, Pestinam, Fresiliam intra dies paucos cepit et parte agri multatis Marsis foedus restituit. »; trad. ital. = « Il dittatore, mossosi con l'esercito, con una sola battaglia sbaragliò i Marsi. Li ricacciò quindi nelle loro città fortificate di Milionia, Plestinia e Fresilia, che entro pochi giorni conquistò, e, dopo aver condannato i Marsi a cedere una parte del loro territorio, rinnovò con loro il patto d'alleanza. » (Livio, X, 3, 5-6). L'identificazione dei centri marsi nella Valle del Giovenco (Plestinia a “Roccavecchia” di Pescina e Milionia a “Rivoli” d'Ortona dei Marsi) e, forse, nella Vallelonga (Fresilia a “Monte Annamunna” di Collelongo?), ci permette di riconoscere il teatro delle imprese di Valerio Massimo ed anche il tentativo dello stesso di controllare gli accessi fucensi al Sannio interno (Valico di Templo di Gioia dei Marsi e forse il Valico dell'Aceretta di Villavallelonga).


La sconfitta marsa ebbe però conseguenze dirette sull'assetto territoriale marso con la perdita di parte del migliore territorio agrario (« parte agri multatis »), l'obbligo ad un oneroso trattato d'alleanza (« foedus ») come socii con l'obbligo di dare continuamente soldati a Roma in caso di guerra e la presenza di presidi militari romani nei centri fortificati conquistati ed anche in altri d'importanza strategica per le future azioni romane in direzione della definitiva conquista del Sannio interno. La parte dell'ager Marsorum originario tolta da Valerio Massimo nel 302 a.C. è da ricercare nei fertili terreni agrari del settore fucense, palentino e lirino. Il territorio fra il Rio La Foce di Celano e l'Incile d'Avezzano fu assegnato, insieme alla Valle di Nerfa ed il settore palentino marso, ad Alba Fucens. La parte iniziale della Valle Roveto con i suoi fertili campi di Balsorano e Roccavivi, con un confine ricercabile fra S. Giovanni, S. Vincenzo Valle Roveto e Rendinara, fu assegnato alla colonia di Sora: questa parte dell'alta valle del Liri era, infatti, ancora detta nell'altomedioevo « vallis Sorana » (Letta 1972, 85; Grossi 1980, 142-143).


Una presenza militare romana nella vicina e strategica Val Roveto nel III secolo a.C., precisamente nell'ocris marso d'Antinum, è forse deducibile dalla menzione di un censore o “centurione” romano in una lamina votiva a Vesuna con iscrizione marso-latina (databile alla seconda metà del III secolo a.C.) ivi rinvenuta agli inizi del secolo XIX ed ora conservata nel Museo del Louvre a Parigi: pa.ui.pacuies.medis / uesune.dunom.ded / ca.cummios.cetur; in Latino = Pa(cius) (et) Vi(bius) Pacuvii meddix / Vesonae donum ded(it) / Ca(ius) Cominius censor (Vetter 1952, n. 223). Si tratta di una lamina infissa alla base di un donario dedicato alla dea marsa Vesuna dai magistrati superiori (meddices) della comunità atinate, alla presenza del censore Caio Cominio. Un censore romano presente nella comunità alleata della città marsa in « una guarnigione temporanea in tempo di guerra o in missione speciale, legata ad esempio ad operazioni di censimento o di arruolamento nella comunità marsa, o a lavori stradali sulla direttrice Alba Fucens – Sora, o al pattugliamento della stessa strada contro il brigantaggio o altro ancora. A favore di questa possibilità potrebbe deporre che, mentre il gentilizio dei medis è ben attestato tra i Marsi, quello del cetur non trova alcun riscontro e potrebbe essere quello di uno “straniero”.» (Letta 1991a, 318-326).


La possibilità reale di questa presenza militare romana nelle ormai alleate toutas (« comunità ») dei centri fortificati marsi, è anche direttamente confermata dalla conquista sannita nel 295 a.C. dei marsi centri fortificati posti sui limiti del territorio marso, in direzione del Sannio e Valle Peligna. Non sarebbe comprensibile un attacco sannita su queste città marse in occasione della famosa battaglia di Sentino nelle Marche, se non nel tentativo di eliminarne i possibili presidi romani posti lungo il tragitto delle truppe sannite in partenza, verso gli scenari di guerra piceno-gallici. Infatti, è solo dopo la vittoria di Sentino, nel 294, che Roma invia nella Marsica un esercito guidato dal console Lucio Postunio, che, provenendo da Sora, per la Val Roveto, raggiunse i confini orientali dell'ager Marsorum e riconquistò con la forza, uccidendo 3200 Sanniti e facendone prigionieri 4700, l'importante città marsa di Milionia sulla Valle del Giovenco e il vicino centro fortificato di Feritrum (Livio, X, 34, 1-5), probabilmente riconoscibile sul colle di “La Giurlanda” di Pescina, posto a controllo della Forca Caruso (la medievale « Furca Ferrati ») in direzione del territorio peligno (Grossi 1990a, 332-333). Anche in quest'occasione, durante le ultime operazioni romane della conquista del territorio storico dei Sanniti, è evidente la funzione centrale e strategica di Sora, della Valle Roveto e dello sbocco Palentino. In quest'ottica va quindi vista la presenza di un censore romano ad Antinum, il maggiore centro fortificato marso della valle, ancora sul finire del III secolo a.C. (Grossi 1990a, 332). Quasi certamente gli abitanti marsi dei centri fortificati del territorio inserito nella nuova colonia albense, furono, probabilmente, dai nuovi magistrati della colonia romana costretti ad abbandonare le loro sedi fortificate e scendere in basso edificando nuovi villaggi non fortificati: infatti, gli ocres di Monte Salviano e S. Felice, come altri inseriti nell'Ager Albenses, mostrano una fase d'abbandono al termine del IV secolo a.C. con la mancanza delle classi ceramiche della ceramica acroma e del tipo a “vernice nera” di III-II secolo a.C.



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