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Le origini del nome ''Avezzano''

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Le origini del nome Avezzano

Riguardo agli esosi problemi legati alle origini del suo nome, credo che sia ora di chiarire definitivamente il problema e va dato atto all'amico Cesare Letta di aver dato la risposta decisiva ai numerosi, inconcludenti e fantasmagorici tentativi della storiografia locale, attuati dal Seicento al termine del Novecento. Si deve al prelato e famoso storico Muzio Febonio, nato ad Avezzano nel 1597, il primo tentativo culminato nell'invenzione del fantasioso tempio di Giano esistente nella località “Pantano”, attuale Piazza S. Bartolomeo, divinità dal cui saluto Ave Iane sarebbe derivato Aveanum e successivamente “Avezzano”: « Erat hoc Pantanum, in quo Iano (cui prisci mores Deitatem tribuerant) non vulgare templum, & religione, & vetustate celeberrimum insacerbat; eò venerabilius, quò gens ipsa ab illo originem traere gloriabat quem Noenum fuisse supra retulimus; eumque ex Sacrorum notizia, cultuq; Principem in sacrificando esse voluerunt, Ianunque ab eundo dictum, ex cuius salutatione sumpra occasione, Ave Iane, Aveanum nuncuparunt, & si vulgato modo pronuncietur, scribaturque Avezzanum, vera tamen vetusta nuncupativo illa est.»: trad. Ital. = « tale luogo era il Pantano, dove sorgeva un tempio consacrato al dio Giano, non spregevole per forma, e assai celebre per santità e antichità; e aggiungo che tanto più era venerabile, perché la stessa popolazione si vantava di trarre origine da colui, tale Noemo, da cui venne dato il nome alla città. Dalle notizie che si possono ricavare da tale culto, pare che la suddetta gens eleggesse Noemo principe del sacrificio, e che nel salutarlo lo chiamassero Giano, dal fatto che ne frequentava il tempio, e che da tale modo di salutare, Ave Iane, traessero l'appellativo di Aveanum, che nella pronuncia volgare e nella scrittura finì col trasformarsi in Avezzanum: questa sarebbe la ragione dell'antica denominazione. » (Phoebonius 1678, III, 144).


L'invenzione feboniana ebbe successo negli autori successivi, dal Corsignani (1738, Ia, 376-377) al Di Pietro (1869, I, 173-174), al Brogi (1900, 270) ad altri numerosi autori contemporanei che però si limitarono a riportarla come supposizione. A tale prima ipotesi se ne affiancarono altre: da Ad Vettianum, quindi da un possibile fondo agricolo dei Vettii, fra l'altro non documentato nel territorio avezzanese, ma vicino il Cimitero di Scanzano di Tagliacozzo (“Not.Sc.” 1887, 459); da Abetianum, luogo ricco di abeti; da Avicianum, luogo vicino alle Vicenne; da Avicanum, vicino al villaggio di Vico; da Avellanus, dal vicino Monte Velino. Ipotesi mirabolanti e senza seria analisi scientifica che fecero storcere il naso al famoso Fabretti che già sul finire del ‘600 le definì « Plus de fabulis quam de istoria » (Fabretti 1683, 295), provocando le successive ire dell'Orlandi (1967, 34).


A queste prime posizioni, come abbiamo visto fantasiose e mirabolanti, si cercò di affiancare l'origine dei tanti villaggi che costituirono il castrum Avezzani medievale del ‘300, come risultato dei villaggi creati dai superstiti dei lavori romani dell'Emissario romano dell'Incile. Tesi cara al Febonio con la nascita di un'irreale « Pinnam Imperatoris » e la falsa creazione di una medievale « Universitas Pennae » intorno all'Emissario, cui si legarono gli autori successivi fino all'Orlandi (1967, 14-32) ed il Pagani (1968, 49-68). Lo stesso Orlandi, ripreso poi dal Pagani, cercò di collegare le origini di Avezzano e della Penna medievale con il vecchio municipio marso di Anxa ed un fantasioso tempio di Giove Statore posizionato nell'area di S. Bartolomeo, attribuendo alla città marsa tutte le iscrizioni rinvenute ad Avezzano. Tutte supposizioni che non avevano, e non hanno, nessun fondamento scientifico, giacché il territorio di Alba Fucens conteneva appieno tutto il territorio di Avezzano fino all'Incile, come provato dai cippi miliari rinvenuti nell'area e la citazione della tribù Fabia nelle iscrizioni avezzanesi. Tribù romana, la Fabia, cui erano iscritti gli abitanti di Alba Fucens, mentre i Marsi erano inseriti nella Sergia insieme ad i vicini Peligni (Cicerone, Vatin., XV, 36; Letta 1972, 109-124).


Riguardo all'ubicazione del municipio marso di Marsi(s) Anxa, esso non può essere cercato nel territorio albense; l'iscrizione trovata ad Antrosano (CIL IX, n. 3950) cita un magistrato di Alba Fucens che svolse le sue funzioni “anche” nel municipio dei Marsi Anxantini. Il Durante nel 1978 e successivamente il Letta ed il Prosdocimi, hanno definitivamente chiarito che negli Anxates dell'iscrizione di Antrosano e nei Marsi Anxatini… Lucenses della lista pliniana, relativa ai municipia marsi (Plinio, Nat.Hist., III, 106), bisogna riconoscere gli abitanti della città di Anxa localizzabile nell'area archeologica di Angitia di Luco dei Marsi (Durante 1978, 792; Letta 1988a, 206-207; Prosdocimi 1989, 533). Lo stesso può dirsi per Penna, un insediamento sparso citato solo a partire dalla seconda metà del ‘200, riconoscibile nel territorio posto fra l'Emissario romano dell'Incile e la città marsa di Anxa, area detta nell'altomedioevo « ad Formas » e dotata delle chiese di S. Padre nello stesso Emissario e S. Vincenzo presso l'inghiottitoio naturale della Petogna di Luco dei Marsi (ora “Salita di S. Vincenzo”). Nei documenti medievali si fa riferimento, a partire dal XIII secolo, della stessa città antica e del vecchio insediamento medievale di Luco col nome di Penna: vedi i toponimi ancora esistenti di “Monte Penna” e “Corno di Penna” nell'area archeologica citata (Grossi 1999a, 39, 45, 46). Anche l'irreale « Pinnam Imperatoris », letta erroneamente dal Febonio nella bolla papale di Pasquale II del 1115, è in realtà riferibile ad una località di Vallepietra, posta sui confini della Diocesi dei Marsi nei Simbruini, e definita nei documenti altomedievali « Petram Imperatoris »; toponimo originato dall'esistenza nell'area di un cippo romano posto all'inizio dell'acquedotto neroniano di Monte Autore (Caraffa 1969, 5-6, 257-259; Grossi 1992, 43-44).


Ma per mettere fine a questa vexata quaestio sul significato del nome di Avezzano, ci affidiamo all'amico Walter Cianciusi che, in un recente bel testo dedicato alla storia linguistica della Marsica, riporta le acute osservazioni del Letta: « Avezzano: Dopo l'abbandono della pretesa che il nome derivi da Ave Iane (!) (Feb.) per la supposta esistenza nella zona di un tempio a Giano e, in esso, di una statua cui il passante rivolgesse il saluto, s'è affermata l'opinione che il toponimo derivi da Ad (fundus, praedium) Vettianum, cioè « presso la tenuta, il podere dei Vezzi »: ipotesi accreditata dal fatto che la famiglia dei Vezzi ebbe nella Marsica « varie attestazioni letterarie » (Letta-D'Amato) ma che — nota C. Letta — darebbe “Avvezziano” o “Avvezzano”, con due v e con z sorda, mentre Avezzano si pronuncia con una z sonora. Ma De Giovanni e Giammarco derivano il toponimo da (fundus) Avedianus, da un pers. Avedius che non trovo attestato nella Epigrafia Letta-D'Amato, né finora altrove. « La spiegazione giusta è quella del toponimo prediale Avidianum (o fundus Avidianus) dal gentilizio Avidius, che darebbe regolarmente Avezzano, con una sola v e con la z sonora. […] Il gentilizio Avidius è bene attestato ad Alba Fucens, ed addirittura nel sito stesso dell'odierna Avezzano » (C. Letta). Cfr. CIL, IX, 3933; una iscrizione pubblicata in « L'Antiquité Classique », XXIV, 1955, p. 67, n. 11 e soprattutto CIL, IX, 4024, menzionante due liberti della gens Avidia, « ritrovata proprio in Avezzano, per cui è ragionevole supporre che gli Avidii di Alba avessero delle proprietà nel sito della attuale Avezzano » (C. Letta). » (Cianciusi 1988, 96).


Quindi il nome altomedievale di Avez(z)ano era il risultato della presenza in loco di un fundus Avidianus, una grande proprietà agricola con relativa villa romana appartenuta ad una delle famiglie più in vista nel municipio albense.


Questo bisogno di “forzare” le testimonianze residue, come abbiamo già visto per il caso avezzanese, è tipico dei centri emersi sulla ribalta regionale in età moderna che hanno cercato di “nobilitare” le origini collegandosi necessariamente con la romanità e l'esistenza di una città antica che giustificasse le fortune recenti. L'operazione ha dato origine ad un campanilismo spesso esagerato ed a scapito di una seria ed equilibrata analisi critica. In realtà le origini di Avezzano sono sufficientemente documentate sia dai resti archeologici, dalle fonti storiche ed epigrafiche e dalla superstite toponomastica altomedievale, come vedremo nelle trattazioni seguenti.


Agli evidenti errori interpretativi descritti bisogna aggiungere anche il travisamento di parte della toponomastica dell'area da parte dei geografi militari sabaudi che, nella seconda metà dell'ottocento, realizzarono le prime carte dell'Istituto Geografico Militare del nuovo Regno d'Italia. La incapacità di comprendere il dialetto locale da parte dei “nuovi dominatori” piemontesi creò false denominazioni delle montagne locali: il medievale “Monte Arrio” con il suo centro-fortificato marso di “Castelluccio” sul Salviano, divenne “Monte Aria” (De Cristofaro 1999), la “Cima Grande” divenne “Monte Cimarani” e la “Cima S. Giovanni d'Alezzo” divenne “Monte S. Felice” (Morelli 1968, lett. 3). Questa indisponibilità alla comprensione delle lingue locali ha creato serie difficoltà nello studio della toponomastica dell'Italia meridionale ed alla localizzazione di vecchi insediamenti da parte dei ricercatori contemporanei. Si deve all'attuale lavoro di ricerca archivistica la possibilità di correggere questi errori e di ricollegare esattamente al loro posto i toponimi originari.



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